Coreva

L’avvento del denim biodegradabile

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L’enorme impatto ambientale negativo del settore del denim e dell’industria tessile più ampia ha recentemente attirato l’attenzione in tutto il mondo. Una delle principali problematiche è l’uso diffuso delle fibre sintetiche, che rilasciano microplastiche dagli oceani più profondi fino alle montagne più alte. L’elastan è spesso utilizzato per produrre il denim elastico, ma può avere effetti dannosi sul pianeta a lungo termine, con ripercussioni che perdurano per secoli. Tutto questo ha aumentato l’interesse per lo sviluppo di un denim biodegradabile. Vediamolo insieme.


Cosa significa biodegradabile?


Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), i materiali biodegradabili possono decomporsi rapidamente grazie all’azione dei microrganismi in condizioni naturali, sia aerobiche (con ossigeno) sia anaerobiche (senza ossigeno). Un materiale categorizzato come biodegradabile, comunque, non deve solo rompersi in elementi naturali senza effetti ambientali nocivi, ma farlo anche in un lasso di tempo relativamente breve. Le normative europee specificano che un materiale deve decomporsi almeno al 90% entro sei mesi dal suo smaltimento.


I termini “biodegradabile” e “compostabile” vengono spesso utilizzati indistintamente, ma si riferiscono a concetti diversi, pur condividendo alcune caratteristiche. Tutti i prodotti compostabili sono biodegradabili, ma non tutti i prodotti biodegradabili sono compostabili. I materiali compostabili si biodegradano in compost ricco di nutrienti nelle giuste condizioni, senza effetti dannosi sull’ambiente, ma con un impatto potenzialmente positivo.


Il denim 100% cotone è di per sé biodegradabile, poiché il cotone è una fibra naturale. Le tinture e altri materiali possono però risultare problematici. La principale sfida alla biodegradabilità nel settore è rappresentata dalla diffusione dell’elastan nei tessuti denim elasticizzati. L’elastan è una fibra sintetica che si fotodegrada: quando esposta a fattori ambientali come la luce solare, si rompe in frammenti più piccoli, formando infine microplastiche che possono rimanere nell’ambiente per secoli.




La nostra strada verso il denim biodegradabile


Come rinomato specialista nel denim elastico, ci siamo recentemente dedicati allo sviluppo di un denim biodegradabile per questo segmento, per ridurre l’impatto ambientale negativo dell’elastan convenzionale. Questa fibra venne introdotta nel settore alla fine degli anni Settanta per la sua capacità di allungarsi fino a cinque volte e di tornare alla sua forma originaria, permettendo di creare jeans più femminili, che valorizzano la forma del corpo ma garantiscono comfort.


Dopo aver introdotto l’elastan riciclato nelle nostre collezioni, abbiamo spostato l’attenzione sul fine vita del denim. Questo ha portato alla creazione di ReSolve, una famiglia di tessuti denim elasticizzati che, pur non essendo strettamente biodegradabili, possono decomporsi senza compromettere l’ambiente grazie a un innovativo filato elastico personalizzato che non rilascia sostanze nocive. La tecnologia ReSolve ha ottenuto la certificazione di compatibilità ambientale da parte dell’Hohenstein Institute.


Il nostro obiettivo, però, è andare ancora oltre. Dopo cinque anni di ricerca e sviluppo intensi, nel 2019 abbiamo lanciato la tecnologia COREVA™, introducendo il primo denim elasticizzato, compostabile e privo di plastica al mondo. I test hanno confermato che, nelle giuste condizioni, i tessuti COREVA™ si degradano senza lasciare residui nocivi, consentendo alle piante di prosperare. Sebbene i nostri tessuti non contengano elastan tradizionale, la nostra tecnologia brevettata COREVA™ garantisce le stesse prestazioni, elasticità, morbidezza ed estetica dei nostri tessuti elastici convenzionali.




Perché i jeans compostabili potrebbero cambiare il settore


I jeans compostabili potrebbero rappresentare un punto di svolta per il settore del denim, contribuendo alla transizione verso un modello di moda circolare che consenta ai capi di tornare alla natura al termine del loro ciclo di vita. Mentre molti materiali e accessori usati nei jeans, come i bottoni in metallo e i fili in poliestere, possono essere facilmente riutilizzati o riciclati quando i pantaloni vengono smontati, i tessuti elasticizzati rappresentano un problema. Essi contengono spesso una combinazione di fibre attualmente difficili da riciclare, che vengono spesso incenerite, portate in discarica o addirittura abbandonate in aree remote, come i deserti o le spiagge.


Possiamo comprendere meglio il problema dei rifiuti tessili se guardiamo i dati reali. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) riferisce che l’11% dei rifiuti di plastica proviene dall’abbigliamento e dai prodotti tessili. Questa statistica è impressionante, soprattutto se consideriamo che ogni anno, nella sola Europa, vengono generate quasi 32 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Inoltre, è essenziale notare che i tessuti sintetici possono rilasciare microplastiche non solo quando vengono buttati, ma anche durante l’uso o il lavaggio. Secondo l’UNEP, circa il 60% dell’abbigliamento contiene fibre sintetiche e intorno al 9% delle microplastiche rinvenute negli oceani proviene dalle microfibre rilasciate dai prodotti tessili.


Il mondo produce 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno. Secondo uno studio del 2015 di Luiken e Bouwhuis, 2,16 milioni di tonnellate di questi scarti sono costituite da denim. Questa impressionante quantità è ampiamente dovuta al raddoppio della produzione di abbigliamento tra il 2000 e il 2015, guidato dall’avvento della fast fashion e dalla crescita della classe borghese globale, con un maggiore potere d’acquisto, come rilevato dall’Ellen MacArthur Foundation. Di conseguenza, la durata della vita dei capi è scesa del 36%.




L’impatto reale del denim COREVA™


Nel 2020 abbiamo testato COREVA™ in collaborazione con Innovhub, in conformità alle norme ISO 16929:2019 ed EN 13432:2000, Annex E/AC:2005. Dopo dodici settimane, la massa originale del campione COREVA™ si era ridotta del 98,1%. Inoltre, i semi di fagiolo mungo e di orzo piantati nel suo compost erano germinati e cresciuti con successo, senza effetti avversi sulle piante.


Due anni dopo, ci siamo trasferiti in California per chiudere il cerchio nel settore del denim in un contesto agricolo reale, in partnership con il Rodale Institute California Organic Center. Abbiamo inserito residui di tessuto COREVA™ nel suolo per valutarne l’impatto sulla salute del suolo e sulla crescita del nostro cotone proprietario Blue Seed nel corso di un anno. Nessun effetto negativo sul suolo è stato registrato, mentre sono stati rilevati una migliore respirazione del suolo e un più alto livello di umidità.


Infine, siamo tornati in Italia per esplorare la connessione tra moda e cibo, collaborando con Quintosapore per coltivare pomodori secondo pratiche agricole rigenerative e utilizzando gli scarti di COREVA™. I test condotti da Ars Chimica Laboratorio Chimico hanno confrontato il suolo con e senza COREVA™ per esaminare le variazioni della composizione chimica, dei metalli pesanti, dei coloranti e della salute complessiva del suolo. Tutti i parametri risultavano allineati a quelli iniziali, a indicare che l’aggiunta di COREVA™ non aveva alterato la composizione chimica del terreno. Livelli di umidità simili a quelli osservati nell’esperimento precedente sono stati inoltre rilevati.



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