La storia del colore indaco è un affascinante giro del mondo attraverso il tempo, che abbraccia diverse culture e regioni, dal Perù all’India, dall’Africa alla Cina, passando per il Mediterraneo e gli Stati Uniti. Dall’antico Egitto alle civiltà andine e alla corsa all’oro in California, passando per il Medioevo e l’epoca coloniale europea, l’indaco si è imposto come un prezioso simbolo, capace di influenzare la cultura, il commercio e l’artigianalità. Il punto centrale di questa narrazione è il genere Indigofera, un gruppo di piante di grande e unica importanza botanica, culturale ed economica.
Cos’è il genere Indigofera?
Il nome Indigofera venne ufficialmente attribuito a questo genere solo nel 1753 da Carl Linnaeus nel trattato “Species Plantarum”. Queste piante sono però conosciute da migliaia di anni e usate da diverse civiltà in tutto il mondo per tingere tessuti, realizzare opere d’arte e anche per curare malattie.
Le piante di Indigofera appartengono alla famiglia delle Leguminose e includono più di 750 specie. Possono superare il metro e ottanta di altezza e sono caratterizzate da foglie ovali, che sembrano piume. L’Indigofera cresce rigogliosa nei climi tropicali. L’Indigofera tinctoria, comunemente nota anche come il vero indaco, è particolarmente diffusa nel subcontinente indiano, mentre l’Indigofera suffruticosa prolifera in Centro e Sud America. Nel sud degli Stati Uniti, l’Amorpha fruticosa, a cui ci si riferisce anche come indaco falso o bastardo, è una diretta parente delle piante di Indigofera e iniziò a essere coltivata nelle colonie britanniche.
Dalle foglie fermentate all’indaco sintetico
Le foglie di Indigofera lasciate a fermentare permettono di ottenere il pigmento indaco. Questo processo rilascia un liquido giallognolo, che diventa di un intenso viola-blu quando si ossida in vasche aperte. Dopo l’ossidazione, l’acqua evapora e il sedimento che si deposita sul fondo viene raccolto e venduto come indaco solido.
Il processo di estrazione dell’indaco dalle foglie di Indigofera è piuttosto complesso e richiede notevole lavoro. Per questo motivo, l’indaco sintetico sviluppato da Adolf von Baeyer alla fine del XIX secolo rivoluzionò il settore. La sua invenzione rese il colore più accessibile e contribuì a un significativo calo delle piantagioni di Indigofera a livello globale.

Le antiche storie dell’indaco: dall’India al Perù, passando per la Cina
Il più antico tessuto tinto indaco conosciuto è stato scoperto a Huaca Prieta, in Perù, e risale a oltre 6.000 anni fa. Molti esperti ritengono però che l’indaco sia stato usato per la prima volta in Medio Oriente, dove le piante di Indigofera erano probabilmente coltivate nella valle dell’Indo, che è ora parte del Pakistan e del nord-est dell’India. Il termine latino “indicum” significa “dall’India” e Plinio il Vecchio, vissuto nel I secolo d.C., si riferisce all’indaco nei suoi scritti proprio come a un prodotto dell’India.
Anche in Cina l’indaco era ben conosciuto, con testimonianze che attestano il suo utilizzo intorno al 3000 a.C. Nel frattempo, in Centro e Sud America, le civiltà inca, maya e azteche usavano l’indaco per tingere tessuti, ceramiche e anche corpi. I maya crearono uno speciale colore chiamato “maya blu”, ottenuto mischiando l’argilla con le foglie di Indigofera fermentate ,e impiegato per decorare muri, sculture e ceramiche. Anche il famoso mantello dell’imperatore azteco era tinto di indaco.
Come l’indaco conquistò l’Europa
L’indaco è noto nel bacino del Mediterraneo da millenni, a partire dall’Egitto, dove sono state rinvenute fasce tinte di indaco risalenti approssimativamente al 4400 a.C. Come abbiamo visto, anche l’uso dell’indaco da parte degli antichi greci e romani, che compravano il pigmento dai mercanti arabi, è documentato. Marco Polo, in seguito, descrisse l’impiego dell’indaco in India nel XIII secolo. Le piante di Indigofera, però, non sono native europee e, per questo, l’indaco rimase costoso e difficile da importare fino alla fine del Medioevo.
Di conseguenza, in Europa il colore blu veniva in gran parte prodotto con il guado locale, l’Isatis tinctoria, finché Vasco da Gama aprì una nuova via per l’India nel 1498, facilitando l’importazione dei prodotti indiani senza dipendere dagli intermediari arabi. L’indaco iniziò presto a sostituire il guado, poiché era più adatto a tingere fibre come il lino e il cotone. La sua diffusione nel continente fu però lenta a causa della resistenza dei potenti produttori di guado, che chiamavano l’indaco “la tintura del diavolo” e minacciavano di morte chiunque lo usasse tra il XVI e il XVII secolo.
Nonostante le migliori proprietà dell’indaco, i tintori inglesi esitarono quindi ad abbandonare il guado. In Francia, l’indaco fu addirittura vietato per proteggere il settore locale del guado. Questo divieto, ad ogni modo, veniva spesso aggirato, perché l’aristocrazia era ossessionata dai vestiti di un blu brillante, e venne ufficialmente revocato nel 1737. Nei decenni successivi, la Francia ottenne una sorta di monopolio sull’indaco, impiegato anche per tingere le uniformi dell’esercito di Napoleone.

L’oro blu delle colonie europee
Il monopolio francese sull’indaco venne rafforzato dalla diffusione delle coltivazioni di Indigofera nelle terre d’oltremare, poiché, dopo la scoperta dell’America, il commercio dell’indaco divenne fortemente influenzato dagli interessi coloniali europei. Gli spagnoli compresero presto che la produzione di indaco su larga scala avrebbe potuto essere un’opportunità redditizia per competere con i portoghesi, che avevano iniziato a importare l’indaco in Europa da Goa all’inizio del XVI secolo. Di conseguenza, l’indaco cominciò a essere importato dall’odierno Guatemala e, entro il XVIII secolo, vennero create grandi piantagioni di Indigofera in Venezuela e in Messico.
Nello stesso periodo, anche i francesi e i britannici riconobbero il grande potenziale della coltivazione dell’indaco e la portarono nei Caraibi, in particolare ad Haiti e in Giamaica. Queste piantagioni divennero altamente profittevoli per i coloni europei, in gran parte grazie alla conoscenza tradizionale delle popolazioni indigene e africane ridotte in schiavitù.
L’Amorpha fruticosa venne introdotta nelle regioni meridionali degli Stati Uniti nel XVIII secolo, quando il riso, la coltura più importante della Carolina del Sud in quel periodo, visse un temporaneo declino nella produzione. L’indaco divenne rapidamente più redditizio del cotone e dello zucchero, con le esportazioni statunitensi verso l’Europa che crebbero di sei volte tra il secondo decennio e la fine del secolo. Sappiamo però che alle colonie britanniche in Nord America rimaneva poca vita. Dopo la guerra d’indipendenza, i poteri europei tornarono a guardare all’India come a una fonte di materie prime e di lavoro a basso costo, dove la conoscenza tradizionale della coltivazione dell’indaco era ben radicata e, dal loro punto di vista, pronta a essere sfruttata per i profitti dei coloni.
La Compagnia britannica delle Indie orientali e la Compagnia olandese delle Indie orientali erano le due principali organizzazioni commerciali dell’epoca e resero l’indaco uno dei loro prodotti più redditizi. Comunque, le tensioni che stavano crescendo in India scatenarono la Rivolta dell’indaco nel 1859, quando i coltivatori bengalesi si rivoltarono contro lo sfruttamento britannico. Questo movimento era perlopiù composto da proteste non violente e da petizioni per migliorare le condizioni lavorative nelle piantagioni locali. La Rivolta dell’indaco fu uno dei primi eventi che, infine, contribuirono all’indipendenza dell’India quasi un secolo dopo, segnando la fine dell’impero coloniale britannico.
Perché l’indaco è il colore dei jeans?
C’era una volta il fustagno, particolarmente popolare nell’Europa medievale in quanto durevole, resistente e a buon mercato. Ogni città aveva le proprie tecniche e materie prime per produrre il fustagno, che veniva quindi spesso chiamato come il suo luogo di origine. Anche i tessuti di cotone erano ampiamente diffusi, poiché erano in grado di soddisfare un pubblico numeroso, a differenza delle fibre preziose e costose, come la seta.
L’Italia si impose come centro delle importazioni dall’oriente, con Genova che ottenne un ruolo primario grazie al suo porto trafficato e all’avanguardia. Questa intensa attività commerciale facilitava l’arrivo del cotone e dell’indaco, permettendo alla città di produrre il suo fustagno. Questo tessuto era usato da marinai e camalli per le vele, per coprire le merci e, in seguito, per realizzare abiti da lavoro resistenti. Il colore indaco era poi abbastanza scuro da nascondere le frequenti macchie e lo sporco derivante dal lavoro manuale. Di conseguenza, sappiamo che il fustagno genovese è il vero antenato del denim moderno, poiché era realizzato in cotone con filato tinto di indaco in ordito. Queste caratteristiche lo distinsero dagli altri tessuti disponibili nel XVI secolo.
Il fustagno genovese era apprezzato per la sua qualità media e la convenienza rispetto ad altre varietà europee. Inizialmente, questi tratti vennero percepiti come un segno della decadenza della manifattura locale, ma contribuirono in realtà al successo del fustagno genovese nel lungo periodo, prima in Inghilterra, importatrice di grandi quantità di fustagno dal XIII secolo, e poi negli Stati Uniti. I termini “jean” e “jeans”, una forma storpiata del nome della città ligure, iniziarono a essere usati per ogni tela con caratteristiche simili a quelle del fustagno genovese. Verso la fine del XIX secolo, uno di questi tessuti fu venduto da Levi Strauss a Jacob Davis, che lo usò per creare nuovi pantaloni rinforzati da rivetti per un taglialegna, dando vita all’intramontabile leggenda dei blue jeans.

