Storia

Il jeans e la sua storia, parte 3: da capo da lavoro a ribelle

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Sei ormai pronto a lasciare l’Europa e a viaggiare oltreoceano, insieme al tessuto in denim spedito negli Stati Uniti. Questo materiale aiuterà a dare vita all’intramontabile leggenda dei blue jeans, che si apprestano a conquistare il mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Vediamo come nel nostro terzo e ultimo capitolo della storia dei jeans.


La rivoluzione dell’indaco sintetico


Nei capitoli precedenti abbiamo imparato che il fustagno veniva spesso tinto con due pigmenti di origine vegetale: il guado e l’indaco. Tutte le tinture in quel periodo erano infatti ottenute da fonti naturali. La prima tintura sintetica fu scoperta per caso nel 1856 da William Henry Perkin. A soli diciotto anni, il chimico inglese stava provando a sintetizzare la chinina per curare la malaria dal catrame di carbone, quando produsse inaspettatamente una tintura viola che chiamò malveina (o mauveina). Questo colorante sintetico guadagnò rapidamente popolarità grazie al suo colore brillante e stabile, che lo rendeva ideale per il settore tessile e per altre applicazioni. La malveina iniziò a essere prodotta a livello commerciale e le tinture sintetiche sostituirono presto le alternative naturali, poiché offrivano una gamma più ampia di colori ed erano prodotte con maggiore regolarità e a costi inferiori


L’invenzione di Perkin spianò la strada a ulteriori avanzamenti nella tintoria, sostenuti dall’avvento di nuovi giganti del settore chimico, che investirono pesantemente nelle tinture sintetiche. Nel 1865, il chimico tedesco Adolf von Baeyer iniziò a lavorare alla sintesi dell’indaco. La domanda di indaco era alta, ma il metodo tradizionale per estrarre il pigmento dalle foglie di Indigofera richiedeva molto lavoro e risultava complesso. Prima del 1897 venne sviluppato un processo economicamente sostenibile per sintetizzare l’indaco, consentendo la sua produzione commerciale. Nel 1905, von Baeyer vinse il Nobel per la chimica per i suoi contributi. Nel giro di pochi anni, l’indaco sintetico sostituì quasi completamente quello derivato dalle piante di Indigofera, poiché era meno costoso, più facile da produrre e più stabile.


U.S. Patent No. 139,121


La fine del XIX secolo segnò anche la nascita ufficiale dei moderni blue jeans. Levi Strauss, un imprenditore tedesco nato Löb Strauß nel 1829 a Buttenheim, si trasferì a San Francisco durante la corsa all’oro. Lì si mise in società con il cognato David Stern per fondare Levi Strauss & Co., dove vendeva tessuti da lavoro a minatori e pionieri.


Qualche anno dopo, il sarto Jacob Davis, il cui nome originale era Jākobs Jufess, nato nel 1831 a Riga, in Lettonia (all’epoca parte della Russia), si stabilì a Reno con la sua famiglia. Un giorno, la moglie di un taglialegna gli chiese pantaloni da lavoro robusti per il marito. Questa richiesta ispirò Davis a rinforzare il pesante denim in cotone con rivetti in rame nei punti più deboli.


La voce si sparse tra i lavoratori diretti verso ovest e i pantaloni divennero così popolari che Davis non riuscì più a stare al passo con la domanda. Realizzando il loro potenziale, si rivolse a Strauss, il suo fornitore di tessuti, per ottenere sostegno finanziario per richiedere un brevetto. Il 20 maggio 1873 ottennero il brevetto statunitense numero 139.121 per i miglioramenti nel rinforzare le aperture delle tasche, dando ufficialmente vita ai moderni blue jeans. Nello stesso anno, David aggiunse un motivo distintivo con una doppia cucitura arancione sulla tasca posteriore. Questi pantaloni erano però inizialmente definiti come una tuta da lavoro e il termine “jeans” non entrò in uso fino a un periodo successivo. Questo modello si è evoluto nel tempo, ma lo indossiamo ancora con i Levi’s® 501®, definiti dal New York Times “il capo del XX secolo” nel 1999.


Quando Strauss aprì una sartoria a San Francisco per la produzione, Davis si trasferì lì per gestirla. Con il continuo aumento della domanda, il piccolo negozio si ampliò fino a diventare un impianto produttivo completo, che Davis gestì per il resto della sua vita.



Curiosità: Garibaldi indossò i jeans durante lo sbarco di Marsala


Lo sapevi che Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, indossava i jeans? Nel maggio del 1860, durante il famoso sbarco di Marsala, Garibaldi indossò un paio di pantaloni di fustagno blu genovese, simili a quelli dei camalli. Sono ora esposti al Museo centrale del Risorgimento di Roma. L’orlo arriva alle caviglie e c’è anche una toppa dello stesso tessuto sul ginocchio sinistro per coprire uno strappo. Secondo la leggenda, quest’ultimo risale a un attentato a cui Garibaldi sopravvisse. Nonostante questi pantaloni non presentino tutte le caratteristiche classiche che oggi associamo ai jeans moderni, brevettati tredici anni più tardi, sono comunque considerati una versione primitiva dei blue jeans contemporanei.



I jeans di Garibaldi.


Come i jeans conquistarono gli Stati Uniti


I jeans si diffusero tra i lavoratori diretti verso ovest in cerca di una vita migliore, come minatori, contadini e altri lavoratori manuali. Divennero un simbolo di dignità, di resistenza e di identità negli Stati Uniti. Erano così strettamente associati al sogno americano da diventare un elemento essenziale delle vacanze nei ranch. Quest’esperienza raggiunse la massima popolarità negli anni Trenta tra gli abitanti della costa orientale e anche tra alcuni europei che volevano sperimentare la romantica e avventurosa vita dei cowboy che vedevano nei film e leggevano nei romanzi. I visitatori alloggiavano nei ranch di lavoro per aiutare nelle faccende quotidiane e indossavano il classico abbigliamento da cowboy, tra cui i jeans. Molte donne avevano l’occasione di indossare i pantaloni per la prima volta. Dato il crescente successo delle vacanze nei ranch, Levi’s® lanciò la sua prima collezione di jeans femminili nel 1934, modificando il design maschile per adattarlo meglio alle donne e rivolgendosi espressamente a chi viaggiava verso i ranch.


I jeans vennero poi adottati dalle due principali istituzioni statunitensi per la promozione del progresso e della disciplina tra il XIX e il XX secolo: le ferrovie e l’esercito. Il denim divenne l’uniforme ufficiale dei lavoratori ferroviari, tra cui gli ingegneri, i frenatori e i conducenti. Era abbastanza robusto da resistere alle lunghe ore trascorse in ambienti sporchi e unti, mentre il colore indaco aiutava a nascondere le macchie e ad apparire sempre puliti e professionali, proprio come i camalli di Genova. Similmente, durante le due guerre mondiali, l’esercito degli Stati Uniti forniva capi in denim ai soldati, soprattutto a quelli in ruoli non di combattimento, come i meccanici, gli ingegneri e i membri della marina. Questo tessuto era resistente e confortevole, oltre a essere facile da produrre.


Le due guerre cambiarono in modo significativo la percezione dei jeans negli Stati Uniti e nel resto del mondo, come vedremo di seguito. Quando le donne statunitensi vennero chiamate a sostituire gli uomini che combattevano oltremare, il denim divenne un potente simbolo della loro emancipazione, come dimostrato dalla famosa immagine di Rosie the Riveter, “Rosie la rivettatrice”, e dalla sua celebre frase, “We Can Do It!”, “Possiamo farcela!”. Il poster dell’artista J. Howard Miller era un elemento fondamentale della propaganda statunitense per mantenere alto il morale e promuovere il patriottismo. Rosie the Riveter si affermò come potente simbolo del femminismo, testimoniando il crescente potere economico delle donne. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’abbigliamento militare in eccesso, tra cui il denim, inondò il mercato, accrescendo la sua popolarità e la disponibilità negli Stati Uniti e nei Paesi liberati.



Operai edili negli Stati Uniti.


Dal lavoro alla moda


I jeans sono diventati immensamente popolari grazie a una combinazione di fattori che li ha trasformati da puro capo da lavoro in un caposaldo della moda. Hollywood ha svolto un ruolo fondamentale in questa trasformazione. Già negli anni Trenta, le star come Gary Cooper, Ginger Rogers e Carole Lombard indossavano i jeans. In particolare, sono famosi i Levi’s® 501® indossati nel 1939 da John Wayne nel film “Ombre rosse”.


Dopo la Seconda guerra mondiale, la classe borghese vedeva il denim ancora principalmente come abbigliamento da lavoro. Le generazioni più giovani cercavano però di andare oltre questo immaginario tradizionale, adottando i jeans per distanziarsi dalle norme sociali. I loro punti di riferimento, come Marlon Brando in “Il selvaggio” (1953) e James Dean in “Gioventù bruciata” (1955), incarnavano questo nuovo atteggiamento. Le leggende della musica, come Elvis Presley, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Rolling Stones, portarono ulteriormente il denim sotto i riflettori. Anche Marilyn Monroe veniva vista indossare i jeans sia dentro che fuori dal set. Negli anni Sessanta, i jeans erano diventati onnipresenti e apparvero in eventi come il festival di Woodstock del 1969, nelle marce per i diritti civili e nelle proteste contro la guerra del Vietnam. Si imposero come simbolo di uguaglianza, di ribellione al materialismo e di espressione personale.


È curioso come lo spirito ribelle intorno ai jeans si estese anche all’Unione Sovietica. Nonostante non fossero ufficialmente proibiti durante la Guerra fredda, erano difficili da reperire, poiché associati alla cultura occidentale che il governo sovietico contrastava. Di conseguenza, i jeans divennero altamente desiderabili sul mercato nero fino alla caduta del Muro di Berlino del 1989, che permise di venderli nei negozi.


Nel 1976, Calvin Klein divenne il primo stilista a portare i jeans in passerella. Nello stesso periodo, altri designer innovativi come Elio Fiorucci e Peter Golding riconobbero il potenziale dei jeans per andare oltre il loro ruolo tradizionale. Furono pionieri del denim elasticizzato, che combinava cotone ed elastan per offrire opzioni più aderenti per le donne, senza sacrificare il comfort. Golding introdusse i jeans elastici nel suo negozio di Chelsea, a Londra, nel 1978, meta gettonata dai trendsetter come Twiggy e David Bowie. Fiorucci fu ispirato a realizzare jeans attillati dopo aver osservato delle ragazze uscire dall’acqua a Ibiza con i jeans a zampa bagnati che aderivano perfettamente ai loro corpi. Collaborando con il designer Mario Morelli, Fiorucci modificò la vestibilità e adottò il denim elasticizzato per sviluppare un nuovo modello che divenne rapidamente un must-have per le donne negli anni Ottanta.


Quando i jeans arrivarono in Giappone


I soldati che indossavano il denim nel loro tempo libero durante la Seconda guerra mondiale contribuirono in modo significativo ad aumentarne la popolarità in Europa e nel Pacifico. Il loro abbigliamento era associato alla libertà e al progresso. In Giappone, l’occupazione statunitense portò con sé un’ondata di cultura americana, in cui la moda svolse un ruolo cruciale nel cambiamento della società. I blue jeans venivano chiamati “G.I. pants”, o più semplicemente “jiipan” o “G-pan”. Come sottolineato dallo scrittore Masatake Kitamoto, i jeans rappresentavano il “blue della vittoria”. Vendere l’abbigliamento militare statunitense in surplus, spesso sul mercato nero, divenne un’attività fiorente, poiché per anni l’unico denim disponibile in Giappone era quello lasciato indietro dall’esercito statunitense. Nel 1957, il governo giapponese allentò però le restrizioni sulle importazioni, permettendo ai rivenditori di importare jeans usati prima e poi anche nuovi. Sorprendentemente, in Giappone c’era una preferenza per l’aspetto usato e scolorito del denim vintage. Quando le persone provavano i jeans nuovi, li trovavano spesso troppo rigidi e scomodi.


Dall’inizio del XX secolo, Kojima, nella Prefettura di Okayama, era stato un centro dell’industria cotoniera giapponese, in particolare per i capi di lavoro e le divise scolastiche. L’avvento dei materiali sintetici negli anni Cinquanta aveva però messo in difficoltà molte aziende della zona, che videro un’opportunità nei jiipans. Inizialmente, queste società importavano materiali e macchinari dagli Stati Uniti per replicare i loro modelli. L’ostacolo maggiore era la tintura: gli artigiani giapponesi trovavano difficile tingere il denim con le loro tecniche tradizionali di tintura con l’indaco. Tuttavia, la loro meticolosa attenzione ai dettagli li ripagò e alla fine riuscirono a realizzare repliche fedeli dei jeans statunitensi che stavano guadagnando popolarità in Giappone. Quando i brand statunitensi iniziarono a produrre jeans in serie, con il conseguente declino della qualità, il settore del denim giapponese non lasciò sfuggire l’occasione, diventando rinomato per i tessuti di alta qualità, in particolare per i cimosati. Questo tipo di denim è il più tradizionale, ma è divenuto raro dopo gli anni Sessanta, quando i metodi più efficienti hanno sostituito i telai a navetta nella produzione su larga scala di jeans standardizzati. Nel 1972, Kurabo produsse il primo denim cimosato giapponese.



Denim cimosato Candiani.

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