Il settore tessile contribuisce significativamente all’inquinamento idrico globale, nonostante si stia attualmente spostando verso pratiche più sostenibili. I tradizionali processi di tintoria hanno spesso un consumo intensivo di acqua e dipendono fortemente da sostanze chimiche pericolose. Questo è particolarmente vero nella produzione di denim. Una nuova ondata di tecniche tintorie ecologiche sta però prendendo piede, offrendo un approccio più sostenibile e attento all’ambiente nella manifattura tessile. Questo articolo approfondisce i più recenti metodi per tingere il denim in modo ecologico, evidenziando i benefici ambientali, le innovazioni tecnologiche e il potenziale per un futuro più sostenibile nel settore tessile.
Breve storia della tintura con indaco in Europa
Nonostante non sia originario dell’Europa, l’indaco ha avuto un impatto significativo sulla storia tessile del continente. La sua introduzione, verosimilmente grazie alle rotte commerciali verso est, ha esercitato un certo fascino per l’intenso colore blu.
Prima dell’arrivo dell’indaco, i produttori tessili europei erano già abituati a utilizzare coloranti blu. I catari nel sud della Francia padroneggiavano la coltivazione del guado, una pianta da cui si otteneva il colore blu per il fustagno, un tessuto resistente, conveniente e ampiamente diffuso, fatto di cotone, canapa e lino. Il catarismo, una dottrina cristiana dualista o gnostica, prosperava nel sud dell’Europa tra il XII e il XIV secolo.
Nel 1144, i catari migrarono nell’Italia del nord per scappare dalle persecuzioni della Chiesa cattolica. Nonostante fosse considerato anche lì un movimento ereticale, il catarismo veniva tollerato maggiormente in Italia. Insieme alla loro cultura, i catari portarono con sé anche la conoscenza della coltivazione del guado, arricchendo le tradizioni tintorie locali.
Gli europei utilizzavano il guado per tingere i tessuti di blu nel Medioevo, ma l’indaco era conosciuto già da secoli in altre parti del mondo. L’indaco si ottiene con la fermentazione delle foglie dell’indigofera. Si ha evidenza della tintura con l’indaco già nell’antico Egitto e in Perù, dove sono stati scoperti tessuti di cotone tinti indaco di 6000 anni. L’indaco non era usato solo per tingere i prodotti tessili, ma anche per adornare i corpi dei defunti. In India, la coltivazione e la tintura con l’indaco prosperavano, diventando una delle basi dell’economia del Paese e un simbolo della sua ricca tradizione tessile.
L’indaco era comunque già conosciuto anche nel bacino del Mediterraneo, come dimostrato dallo storico dell’antica Roma Plinio il Vecchio, che lo descriveva come un prodotto dell’India. Gli alti costi di trasporto lo rendevano, però, un bene di lusso. Tutto cambiò nel 1498, quando Vasco da Gama aprì una nuova rotta marittima per le Indie, rendendo l’importazione dell’indaco (il cui nome deriva proprio dalla parola latina indicum, ovvero indiano) molto più facile.
La maggiore efficacia dell’indaco nel tingere fibre come il cotone e il lino determinò la rapida ascesa della sua popolarità. Di conseguenza, tra il XVI e il XVII secolo, i produttori di guado tentarono di proteggere il loro mercato, etichettando l’indaco come il colorante del diavolo e minacciando di morte chi lo utilizzava. Questa reazione, però, si rivelò inutile nel fermare la diffusione dell’indaco.
L’introduzione dell’indaco sintetico alla fine del XIX secolo trasformò ulteriormente il settore della tintoria, rendendo il blu più accessibile e conveniente. Il chimico tedesco Adolf von Baeyer iniziò il suo lavoro sulla sintesi dell’indaco nel 1865, vincendo il Nobel per i suoi contributi alla chimica nel 1905. Questo sviluppo diede alla tintoria nuove prospettive, ma portò anche al declino delle tecniche tradizionali per tingere con l’indaco.

La differenza tra indaco pre-ridotto e indaco naturale
L’indaco è un ingrediente essenziale nella produzione di denim, in quanto dona al tessuto il suo distintivo colore blu. Il vero predecessore del denim, il fustagno genovese, si distinse dagli altri tessuti prodotti in Europa nel XVI secolo proprio per il suo ordito tinto indaco. In quel periodo, Genova era uno dei principali porti in tutto il mondo, e i suoi tessuti si diffusero prima in Europa e poi negli Stati Uniti, evolvendosi nei blue jeans, che dalla città ligure presero il nome.
Per questo motivo, prestiamo la massima attenzione all’indaco nel nostro processo di ricerca e sviluppo. La nostra selezione di coloranti comprende indaco pre-ridotto e indaco naturale per sostituire l’indaco in polvere convenzionale.
Abbiamo introdotto l’indaco pre-ridotto nel 1979 per ragioni ambientali, in quanto richiede meno sostanze chimiche per fissare l’indaco alle fibre di cotone. Il nostro indaco pre-ridotto è certificato OEKO-TEX® ECO PASSPORT, uno standard riconosciuto a livello internazionale per testare e analizzare sostanze chimiche, coloranti e ausiliari e garantire un minore impatto ambientale, supportando prodotti e processi tessili e di pelletteria più puliti e sicuri.
Utilizziamo anche l’indaco naturale di Stony Creek Colors, un’azienda del Tennessee dedicata alle tinture sostenibili. Stony Creek coltiva indigofera di alto valore come parte del sistema rigenerativo di rotazione delle colture, che non solo cattura l’anidride carbonica nel suolo, ma migliora anche la fissazione dell’azoto atmosferico. Il loro principale obiettivo è di offrire un colorante pienamente tracciabile e 100% a base vegetale, che contribuisca positivamente agli ecosistemi agricoli mentre affronta attivamente il cambiamento climatico nel settore della moda, sfruttando il potenziale della natura per sostituire i coloranti sintetici derivati da prodotti petrolchimici.
L’indaco naturale di Stony Creek è certificato USDA BioPreferred®, programma che promuove l’utilizzo di prodotti a base vegetale. Questi prodotti, da cui sono esclusi cibo, mangime per animali e carburante, sono principalmente composti da materiali biologici, inclusi gli ingredienti agricoli rinnovabili, le sostanze chimiche rinnovabili e i materiali della silvicoltura, o sono un ingrediente intermedio o una materia prima. Dato che rappresentano un’alternativa ai convenzionali prodotti derivati dal petrolio, i materiali a base vegetale aiutano a creare opzioni più sostenibili per varie applicazioni, come i lubrificanti, i detergenti, gli inchiostri, i fertilizzanti e le bioplastiche. Inoltre, questa iniziativa promuove lo sviluppo economico e la creazione di posti di lavoro e di nuove opportunità di mercato per i beni agricoli.
L’indaco naturale di Stony Creek è anche conforme al livello 1 di ZDHC (Zero Discharge of Hazardous Chemicals), che mira a migliorare gli standard ambientali nei settori della moda, tessile e conciario. Questa certificazione assicura che i prodotti siano privi di sostanze chimiche pericolose, promuovendo pratiche produttive più pulite. L’organizzazione ZDHC si impegna su tre principi fondamentali: sostanze chimiche più sicure, processi più intelligenti e risultati migliori. Rigorosi test vengono condotti da terze parti indipendenti, che collaborano con i produttori chimici nel processo di verifica per garantire la conformità.

Impatto ambientale delle tecniche tintorie del denim
Il processo di tintura del denim è tradizionalmente noto per utilizzare grandi quantità di acqua e di sostanze chimiche. Alcuni temi ambientali chiave associati ai tradizionali metodi per tingere il denim sono:
- consumo di acqua: i metodi tradizionali di tintura, in particolare con l’indaco, richiedono molta acqua. Questo processo, solitamente, coinvolge diverse immersioni nelle vasche di tintura, portando a un uso significativo di acqua e al bisogno di trattare ingenti quantità di acque reflue
- inquinamento chimico: il colorante indaco più comune è sintetico e derivato da prodotti petrolchimici e rilascia sostanze pericolose nell’ambiente durante produzione e utilizzo. Nel processo di tintoria, varie sostanze chimiche sono impiegate, inclusi gli agenti sbiancanti, gli enzimi e gli agenti per il finissaggio. Molte di loro possono essere tossiche per gli esseri viventi acquatici e inquinare le fonti idriche
- trattamento delle acque reflue: le acque reflue prodotte tingendo il denim spesso contengono alte concentrazioni di coloranti, sali e altri inquinanti. Se trattate in modo insufficiente, queste acque possono provocare seri danni ambientali
- consumo energetico: le fasi di tintoria e finissaggio sono processi energivori, che contribuiscono alle emissioni di gas serra
Noi di Candiani ci impegniamo per ridurre l’impatto ambientale della nostra tintoria. Oltre all’implementazione delle corrette pratiche di gestione delle acque reflue, stiamo sviluppando tecnologie innovative. Due dei principali esempi sono Sound Dye e Kitotex®.
Sound Dye è una tecnologia sviluppata per risparmiare acqua durante il processo di tintura. Utilizza onde ultrasoniche per creare microbolle nell’acqua. Queste bolle implodono rapidamente, generando onde d’urto per rimuovere l’eccesso di indaco dal filato. Di conseguenza, Sound Dye ci permette di risparmiare circa 2 litri di acqua (quasi il 30%) per ogni metro di denim prodotto rispetto ai metodi tradizionali. Data una produzione di 20 milioni di metri lineari all’anno, questa tecnologia può ridurre il consumo di acqua di circa 52.287.000 di litri—pari all’acqua potabile necessaria per dissetare quasi 72.000 in un anno!
Kitotex® è la nostra tecnologia brevettata per sostituire il PVA (alcol polivinilico) con una bozzima più ecologica. Il PVA può dissolversi nell’acqua e biodegradarsi, ma solo in condizioni molto specifiche, e la maggior parte degli impianti di trattamento non le possono garantire. Per questo, usiamo il chitosano, un polimero a base vegetale derivato dalla chitina, tra i polimeri naturali più abbondanti, dopo la cellulosa. Il nostro chitosano ha origine esclusivamente fungina dall’Aspergillus niger. Questa alternativa ecologica al PVA non è tossica ed è biodegradabile e batteriostatica. Inoltre, il chitosano aiuta a trattare le acque reflue, è efficace a temperature più basse e migliora la saturazione del colore.

