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Chiudere il cerchio: il futuro del denim riciclato

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Mentre la moda è alle prese con la sua impronta ambientale, il processo di riciclo del denim sta emergendo con una soluzione chiave, in particolare con i sistemi a circuito chiuso, che trasformano vecchi jeans in nuovi tessuti senza compromettere la loro qualità. Al contrario del downcycling, questo approccio tiene in gioco i materiali più a lungo, riduce i rifiuti e supporta un’economia veramente circolare. In questo articolo, esploriamo le tecnologie, le sfide e le rivoluzionarie innovazioni che stanno plasmando il futuro della moda sostenibile.


Cos’è il riciclo a circuito chiuso?


Il riciclo nella moda può essere di due tipi: a circuito aperto o chiuso. Nei sistemi a circuito aperto, tessuti e abbigliamento vengono riciclati in nuovi prodotti diversi da quelli originali. Questo progetto viene spesso definito “downcycling,” in quanto i tessuti vengono solitamente convertiti in materiali di qualità più bassa per il settore della moda o altre industrie. Esempi comuni di questi prodotti includono stracci industriali, materiali isolanti e imbottiture per mobili o interni di automobili.


Al contrario, il riciclo a circuito chiuso si riferisce al processo per cui i prodotti tessili e i capi di abbigliamento vengono riciclati in nuovi prodotti della stessa tipologia e qualità degli originali. Questo sistema di riciclo da tessuto a tessuto ha l’obiettivo di mantenere l’integrità e le proprietà dei materiali, dando vita a un ciclo di riutilizzo continuo.




Tecnologie per la circolarità


I prodotti tessili possono essere riciclati meccanicamente o chimicamente. Il riciclo meccanico rompe fisicamente i tessuti in fibre per il riutilizzo, mentre il riciclo chimico usa processi chimici per scomporre i tessuti nei loro blocchi molecolari, che possono poi essere assemblati nuovamente per creare altri materiali.


Il riciclo meccanico è efficace per i tessuti naturali composti da una sola fibra. Questo processo richiede che i tessuti vengano separati per colore e materiale e che tutti i componenti non tessili, come gli accessori metallici, cerniere e bottoni, vengano rimossi prima che i tessuti possano essere triturati. In seguito, le fibre vengono districate e allineate attraverso un processo di cardatura, che consente di filarle in nuovi filati. Tuttavia, le fibre riciclate meccanicamente tendono a essere più corte rispetto a quelle vergini, quindi la loro debolezza deve essere compensata con materiali vergini più resistenti per garantire che il prodotto finale sia di alta qualità e durevole.


Il riciclo chimico, invece, consente il recupero dell’intero capo. In questo processo, i tessuti usati vengono sciolti in un bagno chimico, scomponendoli fino al livello molecolare, ovvero in monomeri. Questi monomeri possono poi essere legati tra loro per creare nuovi filati. Le fibre riciclate chimicamente mantengono generalmente la stessa qualità del materiale originale, senza perdita delle proprietà fisiche. Tuttavia, sono tutte classificate come materiali artificiali, poiché non è possibile riciclare chimicamente le fibre naturali, come cotone e lino, per riportarle alla loro forma originaria.


Entrambe le tecniche hanno pro e contro. Il riciclo meccanico è utilizzato da oltre un decennio ed è generalmente più accessibile e conveniente della sua controparte chimica, che è ancora nelle prime fasi del suo sviluppo. Nonostante richieda innovazioni e investimenti, il riciclo chimico sembra promettente. Una differenza chiave è che i materiali riciclati chimicamente tendono a essere di maggiore qualità, in quanto le fibre riciclate meccanicamente diventano più corte ogni volta che vengono riciclate. Le fibre riciclate chimicamente richiedono però molte sostanze chimiche, che devono essere gestite con cura.




Le innovazioni circolari di Candiani


Abbiamo sempre dato priorità a riduzione, riutilizzo e riciclo come fondamenta delle nostre attività. La circolarità inizia con il design, per cui scegliere le giuste materie prime è cruciale per garantire la longevità del prodotto: questo è il primo principio di un modello sostenibile. A un certo punto, però, dovremo buttare i nostri capi in denim. Per minimizzare il loro impatto ambientale, possiamo concentrarci su due aspetti: usare fibre riciclabili o compatibili con l’ambiente. Entrambi i tipi permettono di ridurre i rifiuti e chiudere il cerchio nel settore, creando nuovi prodotti o coltivando materie prime.


Abbiamo iniziato il nostro percorso nel riciclo di denim nel 2019 con la linea ReGen, un tessuto rigido riciclato creato con scarti post-industriali di cotone e TENCEL™ x REFIBRA™, che mescola materiali di rimanenza come cotone e legno. Questa iniziativa è stata seguita dalla collezione ReLast, che contiene uno speciale elastomero riciclato pre-consumo ottenuto con gli scarti della produzione dell’elastam. Questo materiale è certificato dal Global Recycled Standard, che garantisce la presenza di almeno il 20% di contenuto riciclato e la conformità con gli standard di tracciabilità e le pratiche di gestione sociale e ambientale, imponendo anche restrizioni chimiche lungo la filiera di approvvigionamento.


Il nostro programma per il riciclo del denim a circuito chiuso, sviluppato di recente, usa cotone riciclato post-industriale e post-consumo (PCR). Il cotone post-industriale è ottenuto dall’inevitabile scarto generato dal processo produttivo e mantiene qualità simili a quelle delle fibre vergini, permettendo di produrre tessuti denim interamente riciclati. Al contrario, le fibre PCR devono essere combinate con materiali vergini più forti per mantenere la qualità. Noi usiamo il nostro cotone proprietario Blue Seed, che garantisce che i nostri tessuti riciclati siano di alta qualità e tracciabili.


Tra le nostre più significative innovazioni circolari, troviamo anche lo sviluppo e il brevetto della prima tecnologia al mondo per creare denim elasticizzato senza plastica e compostabile, COREVA™. Nelle condizioni appropriate, COREVA™ può essere trasformato in compost alla fine della sua vita utile. I test hanno confermato che il denim COREVA™ si disintegra senza lasciare residui dannosi, permettendo alle piante di crescere.




Sfide e opportunità


Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, solo l’1% dell’abbigliamento usato viene riciclato in nuovi capi. Ci sono infatti diverse sfide associate con i sistemi di riciclo a circuito chiuso nel settore della moda, tutte valide per il processo di riciclo del denim:


L’economia circolare offre però numerose opportunità, suddivise dal Parlamento europeo in tre gruppi principali: protezione ambientale, minore dipendenza dalle materie prima e creazione di posti di lavoro, che porterebbero anche a risparmi monetari per i consumatori.


A livello globale, circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili vengono prodotti ogni anno. I dati ufficiali dell’Ue indicano che, nel 2020, la regione ha generato intorno ai 16 kg di rifiuti tessili per persona, ma solo 4,4 kg sono stati separati per il riutilizzo e il riciclo. L’82% di questi scarti provengono dai consumatori, mentre il resto arriva dai processi produttivi e gli articoli invenduti. Estendendo la durata della vita delle materie prime nell’economia, potremmo ridurre lo sfruttamento delle risorse naturali, prevenire la distruzione di paesaggi e habitat e proteggere la biodiversità.


Con l’aumento della popolazione, la domanda di materie prime continua a crescere, ma la loro offerta è limitata. Ridurre la dipendenza da questi materiali può aiutare a mitigare i rischi legati ai problemi di approvvigionamento, come la volatilità dei prezzi, la disponibilità di materie prime critiche e la dipendenza dalle importazioni. Secondo il Parlamento europeo, l’Ue ha registrato un deficit commerciale di 29 miliardi di euro nel 2023. Molti Paesi dell’area hanno risorse limitate e sono diventati dipendenti dalle importazioni. L’Eurostat stima che, nel 2022, ogni cittadino dell’Ue ha consumato, in media, 14,22 tonnellate di materie prime.


Infine, l’economia circolare ha il potenziale per migliorare la competitività, promuovere l’innovazione e stimolare la crescita economica. Il Parlamento europeo stima che questa transizione potrebbe generare fino a 700.000 nuovi posti di lavoro nell’Ue entro il 2030. Inoltre, i consumatori avrebbero il vantaggio di avere a disposizione prodotti più durevoli e di alta qualità, che potrebbero migliorare la qualità della vita e portare a risparmi nel lungo termine.



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