Storia

Il viaggio del denim: dal sudore dei minatori a icona culturale

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Molto prima di diventare un simbolo universale di giovinezza, ribellione e stile, il denim affondava le sue umili origini nell’artigianato europeo. Immagina le brulicanti strade dell’Italia e della Francia medievali, dove esperti tessitori lavoravano duramente per creare resistenti tessuti blu con coloranti ottenuti dalle piante e un mix di fibre. Dal vivace porto di Genova, rinomato per i suoi robusti materiali, alle tessiture di Nîmes, patria del celebre Serge de Nîmes, l’evoluzione del denim è un’accattivante storia di scambio culturale, innovazione e necessità, che non inizia in America—come molti pensano—e attraversa i secoli, plasmata da marinai avventurosi, minatori instancabili, artigiani appassionati e stilisti visionari. Ogni cucitura racconta qualcosa, e anche oggi il denim continua a trasformarsi e reinventarsi, dimostrando di essere più di semplice abbigliamento; è un simbolo di determinazione e resistenza. Preparati a immergerti nell’affascinante mondo del denim, dove il passato viene splendidamente tessuto con il futuro!


Origine del jeans


Siamo orgogliosi delle nostre radici italiane del denim e amiamo raccontare la loro storia! Il fustagno medievale, fatto con cotone, canapa e lino, è il diretto antenato del denim moderno. Il fustagno tinto di blu nacque in Italia e Francia intorno al XII secolo e divenne popolare nei secoli successivi. Il colorante blu veniva ottenuto dal guado, una pianta nativa europea.


Un manoscritto ritrovato nel 1945 descrive le tecniche e l’arte del fustagno. Nel XV secolo, la città piemontese di Chieri e quella francese di Nîmes—da cui deriva il nome “denim,” che significa “da Nîmes”—erano in competizione per la produzione di fustagno blu. Il celebre Serge de Nîmes era in origine un twill tinto guado e fatto di lana, in seguito miscelata con cotone e canapa. Diversamente dal denim di oggi, che ha una costruzione 3x1 con il filato tinto blu nell’ordito, il fustagno ha una struttura 2x1 con il filato blu nella trama.


Il tessuto prodotto a Chieri era venduto ai marinai che lavoravano nel porto di Genova e che, inizialmente, lo usavano per coprire le merci e produrre le vele. Dal XVI secolo, divenne però popolare tra loro anche per creare abbigliamento da lavoro durevole. Inoltre, il colore blu copriva efficacemente le macchie. Un nuovo tipo di fustagno iniziò a essere fabbricato a Genova e divenne rinomato per essere resistente e conveniente. Era realizzato con cotone, invece di lino, canapa o lana, ed era tinto con l’indaco invece che con il guado.




Da Genova a jeans


La rotta marittima aperta da Vasco da Gama nel 1498 facilitò l’importazione dell’indaco dall’India. Questo pigmento si dimostrò più adatto del guado per tingere fibre come il cotone e il lino. All’epoca, Genova era uno dei porti più importanti e all’avanguardia al mondo; questo rendeva semplice ottenere l’indaco ed esportare merci. Di conseguenza, il fustagno genovese iniziò a emergere tra le altre europee.


Dal XII secolo, l’Inghilterra aveva occupato un ruolo centrale nel commercio europeo di fustagno, in particolare le varietà prodotte a Genova e nella città tedesca di Ulm. Verso la fine del XVI secolo, i termini “jean” o “jeans”, talvolta riportati come “jeanes”, “geanes” o “jeane”, iniziarono ad apparire negli inventari inglesi per descrivere il fustagno importato da Genova. Era infatti comune chiamare i tessuti con una versione modificata del nome della loro città di origine.


Tra il XVI e il XVII secolo, la domanda di tessuti belli ma poco costosi crebbe significativamente in Inghilterra. Il fustagno rappresentava la soluzione adatta. Quello genovese aveva un prezzo leggermente superiore rispetto al fustagno prodotto nella regione inglese del Lancashire, soprattutto vicino a Manchester, dal XVII secolo. Era però molto più economico del fustagno di Ulm. La qualità media, unita al prezzo competitivo, segnò il suo successo, portando all’uso diffuso dei termini “jean” e “jeans” per indicare prodotti simili.


Il denim nella classe operaia americana


Gli Stati Uniti sono il secondo Paese ad aver ricoperto un ruolo significativo nel definire la cultura del denim. L’aumento della produzione di tessuto nel Lancashire contribuì alla popolarità del denim, ma la vera svolta avvenne tra il 1871 e il 1873 grazie ai pionieri dei moderni blue jeans: Levi Strauss e Jacob Davis. Levi Strauss era un imprenditore tedesco trasferitosi in California, dove vendeva tessuto denim per l’abbigliamento da lavoro dei minatori. Jacob Davis era un sarto russo che viveva in Nevada e inventò dei pantaloni rivettati su richiesta della moglie di un taglialegna, che aveva bisogno di un capo resistente e comodo per lavorare.


L’innovazione di Davis per l’uso di rivetti in metallo e doppie cuciture per rinforzare le parti più deboli dei pantaloni da lavoro ebbe un così grande successo da spingere il sarto a collaborare con Strauss, il suo fornitore di tessuti, per soddisfare i crescenti ordini. Per supportare tale produzione, Strauss finanziò la creazione di una catena produttiva a San Francisco. Il 20 maggio 1873, i due brevettarono il primo paio di blue jeans—pantaloni da lavoro da uomo rinforzati con rivetti sulle tasche e in altri punti di stress, inizialmente chiamati “tuta da lavoro”.


Questi primi jeans presentavano una tasca posteriore, due tasche frontali, una tasca per l’orologio, una cinghia con fibbia sul retro della cintura per una vestibilità aderente e bottoni per le bretelle. Minatori, agricoltori, cowboy e altri lavoratori del selvaggio West adottarono questi jeans robusti e pratici come indumento essenziale per le attività quotidiane. Di conseguenza, i jeans divennero un capo simbolo della corsa all’oro in California e sono ancora oggi strettamente associati alla frontiera americana.


Il revival giapponese


La produzione di massa di jeans avviata negli anni ‘60 dai brand del denim compromise qualità e attenzione ai dettagli. I meticolosi artigiani giapponesi, che abbracciano la cultura statunitense come nessun altro, giocarono quindi un ruolo fondamentale nel preservare e valorizzare il patrimonio dei jeans originali grazie a delle accurate repliche di questo capo iconico. Per questa ragione, il Giappone è ora riconosciuto come il terzo protagonista della storia dei jeans e la tradizione del denim giapponese è ricca, stimata e conosciuta globalmente per la sua artigianalità eccezionale, le sue profonde radici culturali e l’attenzione alla qualità invece che ai gradi volumi.


Oggi, molte tessiture in Giappone utilizzano ancora i tradizionali telai a navetta della metà del secolo scorso, in particolare nella prefettura di Okayama, dove si trova il distretto di Kojima, spesso considerato la “capitale del denim” in Giappone. Questi telai producono denim cimosato, caratterizzato da un saldo bordo che crea una banda solitamente bianca con una cucitura colorata al centro. Questo design evita che il tessuto si sfilacci. Nonostante il processo produttivo sia lento e laborioso, il risultato è un denim con carattere, aspetto e durabilità unici.


Le tessiture e i brand giapponesi spesso impiegano tecniche tintorie lente, che danno vita a colori ricchi e intensi. Il modo in cui essi scoloriscono è particolarmente apprezzato e considerato un simbolo di uso e storia autentici. L’ethos dietro il denim giapponese riflette i concetti di wabi-sabi (la bellezza dell’imperfezione) e monozukuri (lo spirito dell’artigianalità), enfatizzando un profondo rispetto per le materie prime, le piccole produzioni e la qualità premium.




Il suo arrivo nell’alta moda


Prima della Seconda guerra mondiale, i jeans erano considerati principalmente un capo da lavoro. Già negli anni ‘30, però, alcuni popolari attori, come John Wayne e Gary Cooper, avevano iniziato a indossare i jeans, mentre delle famose attrici, come Ginger Rogers e Carole Lombard, incoraggiavano le donne a metterli per il loro tempo libero.


Con l’arrivo degli anni ‘50, i jeans si trasformarono in abbigliamento casual e divennero il simbolo di numerosi movimenti culturali. Icone come Marlon Brando, James Dean, Elvis Presley, Bob Dylan e perfino Marilyn Monroe contribuirono alla popolarità dei jeans, che si radicarono prima nella cultura cinematografica e poi in quella musicale. I giovani adottarono i jeans per esprimere la loro voglia di cambiamento e la ribellione su scala globale.


Negli anni ‘60, i jeans vennero associati alle controculture: erano indossati a Woodstock, dai manifestanti per i diritti civili, dai pacifisti che protestavano per la guerra in Vietnam, dai mods & rockers nel Regno Unito. Strappati, dipinti o rattoppati, i jeans vennero trasformati in un mezzo per esprimere liberamente le proprie idee.


Il settore della moda fu l’ultimo a riconoscere il potenziale dei jeans negli anni ‘70. Nel 1976, Calvin Klein fu il primo brand a portare i jeans in passerella. In Italia, Elio Fiorucci introdusse il denim nell’alta moda creando jeans attillati con il nuovo denim elasticizzato grazie all’elastam, facendoli diventare l’oggetto del desiderio soprattutto delle donne. Questo successo incoraggiò altri stilisti, tra cui Giorgio Armani, ad aggiungere il denim nelle loro collezioni. Da allora, il denim è rimasto un tessuto essenziale nelle linee dei principali brand internazionali.



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