Il denim non potrebbe esistere senza l’indaco, utilizzato per conferire al tessuto il suo intramontabile colore blu. Un tempo definito “l’oro blu,” l’indaco era simbolo di potere e prosperità, riservato ad abiti imperiali e cerimoniali. Estratto da foglie fermentate di Indigofera, questo pigmento ha attraversato millenni e continenti, tingendo stoffe, storie e civiltà. Oggi, dietro ogni paio di jeans si cela un patrimonio culturale antico, fatto di tradizioni artigianali, rotte commerciali globali e rivoluzioni industriali—una storia affascinante, che parte da una pianta e arriva fino al cuore del nostro guardaroba.
Dove si estrae l’indaco?
Nonostante sia stato il botanico svedese Carl Linnaeus a dare il nome al genere dell’Indigofera nel 1753 nel suo trattato “Species Plantarum,” per millenni diverse civiltà in tutto il mondo hanno usato l’indaco per colorare tessuti e opere d’arte. Il più antico tessuto tinto indaco a noi noto ha addirittura più di 6.000 anni! Questo reperto è stato trovato a Huaca Prieta, in Perù, uno dei primi insediamenti umani conosciuti in Sud America.
Il colorante indaco viene prodotto dalla fermentazione delle foglie di Indigofera, da cui si ricava un liquido giallastro che, lasciato a ossidare all’aria aperta in tinozze, diventa di un colore viola-blu. Infine, l’acqua viene fatta evaporare per raccogliere i sedimenti che si depositano sul fondo dei contenitori e vengono poi venduti come indaco solido.
Le piante del genere Indigofera appartengono alla famiglia delle Leguminose e comprendono oltre 750 specie. Possono raggiungere un’altezza di più di 1,80 metri e si distinguono per le foglie ovali, che ricordano la forma di una penna. L’Indigofera prospera nei climi tropicali; nel subcontinente indiano, è particolarmente comune l’Indigofera tinctoria, considerata spesso il “vero indaco,” mentre in Centro e Sud America è prevalente l’Indigofera suffruticosa.

L’uso dell’indaco nelle civiltà antiche
L’indaco non è una materia prima autoctona europea, ma è comunque conosciuto da millenni nel bacino del Mediterraneo. Sappiamo della presenza di fasce tinte indaco nei tessuti egizi durante le V dinastia (circa 4.400 a.C.) e il suo uso venne documentato da greci e romani, a cui il pigmento arrivava grazie ai mercanti arabi. In particolare, Plinio il Vecchio descrisse l’indaco come un prodotto originario dell’India (“indicum” in latino significa proprio “indiano”), ma il suo impiego non era comune a causa delle difficoltà e dei costi di importazione.
Diversi studiosi, comunque, ritengono che i primi a riconoscere e sfruttare le proprietà delle piante di Indigofera furono i popoli del Medio Oriente. La loro coltivazione si sarebbe diffusa a partire dalla valle dell’Indo, nell’attuale Pakistan e nord-est dell’India. Esistono alcune documentazioni sull’uso dell’indaco nella Cina del 3.000 a.C., mentre Marco Polo nel XIII secolo testimoniò il modo in cui esso veniva impiegato in India.
Nella regione delle Ande, gli inca utilizzavano l’indaco per colorare tessuti, corpi e terracotta. I maya, invece, crearono il loro speciale “blu maya,” mescolando le foglie di Indigofera fermentate con un tipo di argilla per decorare sculture, pareti e ceramiche. Infine, gli aztechi tingevano con l’indaco tessuti particolarmente pregiati, tra cui il mantello dell’imperatore, oltre a impiegare l’Indigofera come pianta medicinale per curare diverse malattie.
L’indaco nel periodo coloniale
Nei secoli successivi, la coltivazione dell’indaco venne influenzata principalmente dagli interessi dei coloni europei. Come abbiamo visto, nelle Americhe l’Indigofera veniva coltivata da millenni quando arrivarono gli spagnoli, che capirono come la sua produzione su larga scala rappresentasse un’imperdibile opportunità per competere con i commercianti portoghesi che, arrivati a Goa all’inizio del XVI secolo, avevano già cominciato a importare l’indaco in Europa.
Come risultato, nel XVI secolo l’Europa iniziò ad acquistare l’indaco dall’attuale Guatemala; due secoli dopo, anche il Venezuela e il Messico presentavano immense piantagioni di Indigofera. Nello stesso periodo, francesi e inglesi replicarono la coltivazione dell’indaco nei Caraibi, in particolare ad Haiti e in Giamaica. Le conoscenze tradizionali degli schiavi indigeni e di quelli provenienti dall’Africa si dimostrarono fondamentali per rendere le piantagioni altamente redditizie per i coloni europei.
L’importanza dell’indaco in Europa
Nel 1498, l’esploratore portoghese Vasco da Gama aprì una nuova rotta marittima tra l’India e l’Europa, facilitando, tra le altre cose, l’importazione dell’indaco, per la quale non era più necessaria l’intermediazione dei mercanti arabi. Fino ad allora, nel continente era tradizionalmente usata una pianta nativa per estrarre il colore blu, il guado. Per questo motivo, l’introduzione dell’indaco in molti Paesi europei fu comunque lenta e graduale. Tra il XVI e il XVII secolo, i produttori di guado iniziarono addirittura a definire l’indaco “la tintura del diavolo” e a minacciare di morte chiunque lo utilizzasse.
Anche i tintori inglesi si dimostrarono restii a sostituire il guado con l’indaco, nonostante le sue migliori proprietà per tingere fibre come il cotone e il lino. In Francia, l’indaco venne messo al bando per proteggere la produzione di guado, ma gli aristocratici erano così ossessionati dal colore blu che semplicemente ignorarono il divieto, rimosso poi nel 1737. La Francia ottenne così una sorta di monopolio sull’indaco, usato anche da Napoleone per le uniformi del suo imponente esercito.
Dal fustagno genovese al denim contemporaneo
Al contrario, già dal XVI secolo l’Italia divenne uno dei principali punti di smistamento delle merci provenienti dall’oriente, indaco compreso. Genova, in particolare, era uno dei più importanti porti al mondo all’epoca. Questa combinazione di fattori portò il fustagno genovese a emergere tra i suoi diversi concorrenti presenti in Europa. Rispetto alle altre tipologie di questo popolare tessuto resistente ed economico, il fustagno genovese si caratterizzava proprio per il filato in cotone e l’ordito tinto indaco e, per questo, viene considerato il vero antenato del denim contemporaneo, utilizzato da marinai e altri lavoratori del porto per produrre il loro abbigliamento da lavoro.

Dall’indipendenza degli USA a quella dell’India
Nel XVIII secolo, le coltivazioni di indaco raggiunsero il sud degli Stati Uniti, in particolare il South Carolina a causa del temporaneo declino nella produzione della principale materia prima della colonia, il riso. L’indaco divenne in breve tempo più redditizio del cotone e dello zucchero e, tra il secondo decennio e la fine del secolo, le importazioni di indaco in Europa dagli USA aumentarono di sei volte. Il pigmento era così importante e pregiato da essere usato come moneta di scambio durante la Guerra d’indipendenza.
Quando gli inglesi dovettero ritirarsi dagli USA alla fine del conflitto, tornarono a guardare all’India come ricca fonte di materie prime e mano d’opera a basso costo. Anche qui, le conoscenze dei nativi sulla coltivazione dell’indaco vennero sfruttate dai coloni per trarre il maggiore profitto, e il colore blu diventò una delle merci più redditizie per i due maggiori conglomerati commerciali dell’epoca: la Compagnia britannica delle Indie orientali e la Compagnia olandese delle Indie orientali.
Nel 1859, i coltivatori bengalesi si ribellarono allo sfruttamento degli inglesi, dando vita alla Rivolta dell’indaco, un moto coordinato di proteste e petizioni perlopiù non violente grazie a cui riuscirono a modificare le condizioni dei lavoratori nelle piantagioni locali. Questa rivolta fu uno dei primi eventi della catena di movimenti che, quasi un secolo dopo, portò l’India alla sua indipendenza, ponendo fine al dominio coloniale britannico.
Cos’è l’indaco sintetico?
Nonostante il processo per estrarre l’indaco dalle foglie di Indigofera possa sembrare abbastanza semplice, esso è in realtà complesso e laborioso. Per questo, l’invenzione dell’indaco sintetico rappresentò una vera rivoluzione nel settore. A sintetizzare per primo l’indaco alla fine del XIX secolo fu il chimico tedesco Adolf von Baeyer, che vinse il Nobel per la chimica nel 1905 per i suoi contributi al settore. La diffusione dell’indaco sintetico rese il colorante ancora più accessibile, provocando una drastica diminuzione delle piantagioni di Indigofera in tutto il mondo.
Oggi, nel settore del denim vengono utilizzati sia il classico indaco in polvere che quello pre-ridotto, ovvero già trattato per essere idrosolubile. L’indaco, in tutte le sue forme, risulta infatti poco solubile in acqua e, per questo, necessita di altre sostanze per essere fissato al filato. L’indaco pre-ridotto è, però, preferibile per ragioni ambientali, perché riduce l’uso dell’idrossido di sodio del 52% e dell’idrosolfito di sodio del 63% rispetto all’indaco in polvere, spesso invece preferito in quanto più economico.
Il ritorno all’indaco naturale
Negli ultimi anni, si è visto anche un crescente interesse verso il ritorno all’indaco naturale, sia per i suoi benefici ambientali sia per la possibilità di creare vibranti e autentici colori blu, impossibili da riprodurre con i coloranti sintetici. L’Indigofera è in grado di catturare carbonio nel sottosuolo e fissare l’idrogeno nell’atmosfera, migliorando così la qualità dei terreni e contribuendo a mitigare il cambiamento climatico. Risulta, quindi, essere una coltura particolarmente adatta per l’agricoltura rigenerativa.
