Hai mai sentito che, per produrre un solo paio di jeans, serve l’impressionante quantità di 10.000 litri di acqua? Questa sconcertante statistica si è rivelata, in realtà, una trovata di marketing di un’azienda creatrice di una tecnologia per stampare sui tessuti in poliestere senza usare acqua. Per promuovere questa innovazione, era stato lanciato un blog che poneva il risparmio idrico in cima alle priorità per un futuro sostenibile, rivendicando molto chiaramente che i materiali sintetici fossero più ecologici del famigerato cotone, materiale alla base dei jeans e grande consumatore d’acqua. Nonostante la cifra di 10.000 litri sia certamente esagerata, non possiamo ignorare il significativo impatto ambientale che la produzione di jeans può avere. Dal consumo di acqua ed energia all’utilizzo di sostanze chimiche nel processo produttivo, i jeans possono lasciare un’impronta pesante sul pianeta, quando i metodi di produzione mancano delle necessarie pratiche di sostenibilità.
L’impatto ambientale della produzione di jeans
L’impatto ambientale della produzione di jeans è influenzato da diversi fattori, ma ci sono tre elementi chiave da considerare in primis: il cotone, le sostanze chimiche pericolose e i trasporti. Il cotone richiede una sostanziale quantità di acqua per la sua coltivazione, nonostante sia una coltura resistente alla siccità e prosperi nei climi caldi, anche nelle stagioni secche. Il suo impatto ambientale complessivo può variare a seconda di fattori come la geografia, la varietà del seme e il tipo di suolo. In particolare, la valutazione del ciclo di vita dei Levi’s® 501® rivela che la coltivazione del cotone per un paio di jeans richiede circa 2.565 litri di acqua.
Inoltre, dal 1950, i metodi di agricoltura convenzionali si sono concentrati sull’aumento della produttività tramite monoculture e strumenti meccanizzati. Sfortunatamente, queste pratiche danneggiano la biodiversità e uccidono importanti impollinatori, come le api, le farfalle e gli uccelli. Di conseguenza, i coltivatori dipendono sempre più da pesticidi ed erbicidi per mantenere le rese delle colture. Questa forma di agricoltura rappresenta una delle industrie più inquinanti del pianeta. Le api impollinano circa l’80% delle colture, ma gli specifici impollinatori nativi sono spesso anche più efficaci. Le monocolture, la perdita degli habitat, i pesticidi e le malattie, comunque, costituiscono una severa minaccia per tutti gli impollinatori. Negli Stati Uniti, quasi il 40% delle api muore ogni anno e circa un terzo delle api nell’Unione europea va incontro a un simile destino.
Anche i processi di tintoria e finissaggio del denim necessitano di importanti quantità di acqua, ma il loro impatto ambientale deriva ampiamente dalla tradizionale applicazione di agenti chimici pericolosi. Secondo il Parlamento europeo, questi processi nell’intero settore tessile causano circa il 20% dell’inquinamento idrico mondiale, principalmente quando tali sostanze non vengono gestite correttamente ed entrano nei fiumi, nei laghi e negli oceani.

Un’altra sfida importante da considerare viene sottolineata dai dati sulle emissioni di gas serra nel settore della moda. Le Nazioni Unite stimano che questa industria sia responsabile di circa il 10% delle emissioni globali, che supera la somma delle emissioni dei voli internazionali e delle spedizioni marittime. Come già menzionato, queste emissioni sono il risultato di diversi fattori che vanno oltre il processo produttivo, tra cui i trasporti. Sappiamo che, nei decenni recenti, la produzione si è sempre più spostata verso Paesi con costi più bassi e legislazioni più permissive, spesso lontani dai consumatori finali di abbigliamento e accessori.
Materiali sostenibili nel denim
Le fibre di cotone ecologiche offrono una soluzione promettente per rispondere alle sfide legate alla convenzionale agricoltura industriale. Queste fibre hanno migliori risultati ambientali e sociali e le pratiche agricole impiegate per coltivarle possono avere impatti positivi sulla salute del suolo, la conservazione dell’acqua e la biodiversità. Una filiera che dà priorità alle relazioni dirette e a lungo termine è essenziale per supportare questi benefici.
Le fibre di cotone ecologiche abbracciano una varietà di alternative, tra cui il cotone organico, rigenerativo, riciclato e Better Cotton. In particolare, la produzione di cotone organico ha vissuto un notevole aumento del 37% nel 2020/2021 rispetto alla stagione precedente, anche se il cotone organico certificato rappresenta solo l’1,4% dell’offerta globale. Nonostante il cotone organico abbia dei chiari vantaggi, il tasso di adozione tra i coltivatori ha incontrato alcune difficoltà, come quelle legate alla transizione, la gestione delle erbacce, la complessità dei requisiti della catena di custodia e le variazioni nella resa e nella qualità della fibra.
Nonostante non abbia una definizione universale, l’agricoltura rigenerativa presenta un’alternativa flessibile e attenta al coltivatore, che potrebbe addirittura superare i benefici delle pratiche organiche. Secondo Textile Exchange, questo approccio si armonizza con gli ecosistemi naturali, riconoscendo l’importanza di relazioni interconnesse e reciprocamente benefiche. È importante sottolineare come riconosca che le popolazioni indigene e native abbiano praticato questi metodi sostenibili per secoli. L’agricoltura rigenerativa enfatizza anche la giustizia sociale e adotta un approccio olistico, basato sui diversi luoghi e focalizzato sui risultati, invece che aderire a una rigida lista di pratiche.

Better Cotton è la più grande iniziativa globale dedicata a promuovere un futuro sostenibile per il cotone. Come organizzazione non-profit con una struttura di governance diversificata, promuove migliori standard per coltivare il cotone in 22 Paesi. Gli obiettivi primari comprendono la riduzione degli effetti avversi dei metodi di protezione delle colture, il miglioramento della gestione idrica, l’attenzione alla salute del suolo, la crescita della biodiversità, la sicurezza di un uso responsabile dei terreni, il mantenimento della qualità delle fibre, la promozione di condizioni lavorative dignitose e l’implementazione di sistemi di gestione efficaci.
Il cotone riciclato viene ottenuto da vari tipi di prodotti tessili, come i materiali post-industriali, pre-consumo e post-consumo. Come riportato da Textile Exchange nel 2023, la produzione di cotone sostenibile ha una quota di mercato significativa del 29%, ma il cotone riciclato rappresenta solo l’1% della produzione totale di cotone. Nonostante espandere la quota di mercato delle fibre riciclate sia complesso (come evidenziato da un lieve calo dall’8,5% del 2021 al 7,9% del 2022, dovuto principalmente alle limitazioni tecnologiche e ai prezzi economici delle fibre sintetiche vergini), esse rimangono un’interessante opportunità. Attualmente, meno dell’1% di queste fibre deriva da prodotti tessili riciclati, mentre il 7,3% è costituito da poliestere riciclato da bottiglie di plastica.
In aggiunta, c’è un grande potenziale di innovazione nella produzione di denim grazie alla combinazione di cotone e altri materiali sostenibili. Un’applicazione promettente è la canapa, una fibra resistente, che può essere coltivata senza pesticidi, erbicidi o fungicidi e richiede circa la metà dell’acqua necessaria al cotone.
Candiani Denim e la sostenibilità
Ci dedichiamo a migliorare la sostenibilità del nostro settore a livello di processo e di prodotto. Il nostro viaggio inizia dal seme di cotone, per cui abbiamo collaborato con Gowan Seed Company nello sviluppo del nostro innovativo cotone Blue Seed. Questa varietà ibrida e non OGM unisce la qualità eccezionale del cotone a fibra extra-lunga con la forza del cotone Upland, sfruttando il fenomeno dell’eterosi o vigore dell’ibrido. Questo significa che la pianta risultante ha delle caratteristiche migliori della somma di quelle delle piante genitrici. Il cotone Blue Seed si dimostra anche più resistente nei campi, richiedendo meno acqua e sostanze chimiche, e ci permette di allocare le risorse in modo efficiente ai coltivatori, tracciando interamente la filiera.
Per quanto riguarda il processo, siamo entusiasti della nostra ultima innovazione, Sound Dye. Questa tecnologia all’avanguardia risparmia quasi il 30% dell’acqua tipicamente necessaria per la tintoria grazie agli ultrasuoni impiegati per generare microbolle. Questo bolle implodono, creando delle onde d’urto che eliminano efficacemente l’indaco in eccesso.
Inoltre, il nostro processo di tintoria incorpora la nostra tecnologia brevettata Kitotex®, che sostituisce il PVA (alcol polivinilico) a base di petrolio con il chitosano, un’alternativa ecologica, non tossica e biodegradabile derivata dalla chitina da fonti rinnovabili; nello specifico, noi utilizziamo quella fungina dall’aspergillus niger. Questo cambiamento non solo minimizza i danni ambientali, ma aiuta anche a contenere le emissioni di gas serra.
A livello di prodotto, lavoriamo attivamente per migliorare le iniziative di riciclo e creare denim elasticizzato sostenibile. Integrando materiali riciclati post-industriali e post-consumo nei nostri tessuti, vogliamo ridurre in modo significativo i rifiuti, diminuire la dipendenza da risorse vergini e promuovere l’economia circolare.
Nell’affrontare le sfide associate al fine vita del denim elasticizzato, abbiamo iniziato a diminuire il suo impatto ambientale prima usando elastomeri riciclati pre-consumo derivati dal processo di produzione dell’elastam e poi impiegando un elastomero personalizzato, privo di sostanze tossiche, che assicura un impatto ambientale neutro.
Uno dei nostri più importanti risultati in questo campo è la tecnologia brevettata COREVA™, che ci permette di produrre il primo denim elasticizzato senza microplastiche e compostabile al mondo. Questo prodotto innovativo unisce le alte performance dei nostri tessuti elastici ai benefici ambientali. I suoi scarti possono addirittura supportare la crescita e la germinazione delle piante.
Infine, ci impegniamo per migliorare la prossimità nel nostro settore. Collaborando con fidati partner locali, vogliamo ridurre l’impronta ecologica delle nostre attività e aumentare la tracciabilità e la trasparenza della filiera. Alcuni importanti esempi sono:
- il nostro programma PCR (riciclato post-consumo), sviluppato in collaborazione con Humana People to People Italia e Filatura Astro, che dà nuova vita ai jeans usati con un progetto di riciclo locale con un raggio di soli 60 km
- GRAPHITO, realizzato con Directa Plus, a soli 50 dalla nostra sede, che comprende denim a base di grafene con proprietà antimicrobiche, neutralizzazione degli odori e migliore comfort termico
- Candiani Custom, sviluppato con dieci partner italiani in un raggio di 238 km, che rappresenta la prima micro-factory urbana per produrre jeans su misura con un contatto diretto con il produttore
Collaboriamo con diversi brand premium e del lusso per portare le nostre innovazioni tessili a un ampio pubblico di consumatori. Molti brand si stanno attualmente impegnando per ridurre l’impatto ambientale del settore scegliendo materiali e fornitori responsabili. Quando selezioni jeans o articoli in denim, cerca le nostre etichette e cartellini per assicurarti che siano fatti con i tessuti Candiani.
Inoltre, per determinare se un denim brand è sostenibile, puoi:
- cercare prove specifiche e concrete sugli sforzi di sostenibilità. Evita i brand che usano termini vaghi o fanno affermazioni ingannevoli
- prediligere tracciabilità e trasparenza. Supporta i brand che condividono l’origine dei loro materiali e forniscono informazioni affidabili sul loro impatto ambientale e sociale e sulle loro iniziative sostenibili
- ricercare le certificazioni sulle fibre ecologiche, i processi responsabili per ambiente e società, i salari equi e le condizioni di lavoro sicure

