La moda è uno dei settori più apprezzati del nostro Paese, celebrata in tutto il mondo per tradizione, qualità e innovazione, e Milano è il suo simbolo. Oggi, il capoluogo lombardo viene considerato la capitale della moda italiana e ospita una delle più importanti fashion week al mondo, ma il matrimonio tra Milano e la moda venne celebrato solo negli anni Settanta per un motivo tutt’altro che romantico: la presenza dei principali produttori italiani di tessuti e abbigliamento. Vediamo come si è evoluto il settore nel nostro Paese nel secondo dopoguerra.
La moda italiana dopo la Seconda guerra mondiale: dai poli produttivi al successo internazionale
Negli anni Cinquanta, la moda italiana cominciò a essere sempre più apprezzata a livello internazionale, e il suo successo crebbe rapidamente nei decenni successivi, principalmente grazie al lavoro di stilisti come Giorgio Armani, Valentino Garavani, Gianni Versace, Krizia, Ottavio e Rosita Missoni, Gianfranco Ferré ed Elio Fiorucci, solo per citarne alcuni.
Roma era un punto di riferimento non solo per l’alta sartoria, ma anche per il cinema mondiale e molte star di Hollywood arrivavano nella capitale italiana per recitare con registi affermati come Federico Fellini e fare acquisti nei negozi del centro.
In quel periodo, non esisteva però un unico centro per la moda italiana, in quanto c’erano diversi poli storicamente specializzati nella produzione di determinati articoli: Firenze era famosa per la pelletteria, Biella per la seta, Napoli per gli abiti sartoriali. Alcune città, come Milano, Firenze e Roma, ospitavano poi alcune esposizioni dedicate.

Firenze, 1951: come Giovanni Battista Giorgini organizzò la prima sfilata di moda italiana
Tutto cambiò il 12 febbraio 1951, quando l’imprenditore Giovanni Battista Giorgini, il “padre della moda italiana,” organizzò a Villa Torrigiani, Firenze, la prima vera sfilata del nostro Paese, ispirandosi alla Press Week di New York del 1943. Eleanor Lambert, direttrice delle pubbliche relazioni del New York Dress Institute, aveva ideato questa prima versione della fashion week a causa dell’impossibilità di raggiungere Parigi, che in quel periodo dominava la moda mondiale, durante la guerra. L’obiettivo dell’evento era quello di studiare le collezioni, importare tessuti e abiti e valorizzare i produttori locali.
Giorgini aveva capito come la moda fosse un potente strumento per ridefinire l’immagine dell’Italia agli occhi del mondo nel secondo dopoguerra. Inizialmente, aveva pensato a una sfilata di alta moda italiana negli Stati Uniti, ma quando il grande magazzino B. Altman & Co. gli disse di no a causa dei costi troppo alti, decise di spostare tutto a casa sua.
Il 12 febbraio non fu comunque una data casuale: era immediatamente successiva alle sfilate di Parigi e la stampa e i compratori internazionali si trovavano quindi in Europa. A partecipare al “primo spettacolo di alta moda italiana” furono grandi stilisti come Emilio Pucci, Salvatore Ferragamo, le sorelle Fontana e l’allora emergente Valentino Garavani.
Nonostante la settimana della moda italiana sia stata spostata a Milano due decenni dopo, Firenze rimane tutt’oggi una città importante per il settore e, dal 1972, ospita Pitti Uomo, uno degli eventi principali al mondo per la moda maschile. Anche Roma rimane un punto di riferimento per la moda italiana grazie alla settimana dedicata all’alta moda, ovvero agli abiti su misura e ai tessuti e alle lavorazioni più pregiate.

Come i produttori tessili lombardi resero Milano la capitale della moda italiana
Milano divenne importante per la moda già alla fine degli anni Cinquanta. Nel 1958, venne fondata la Camera sindacale della moda, ora Camera nazionale della moda, una sorta di associazione di categoria per le aziende del settore. Il capoluogo lombardo venne scelto in quanto molti produttori tessili avevano la loro sede nella regione. Nel 1962, arrivò poi a Milano Vogue Italia. Anche la presenza dei principali editoriali italiani contribuì al successo di Milano in un’epoca in cui la moda si stava trasformando in un prodotto culturale e la città lombarda aveva gli strumenti necessari per promuoverla come tale.
Fu però negli anni Settanta che il mondo della moda e il modo in cui l’abbigliamento veniva prodotto vissero un cambiamento strutturale. Dagli abiti si misura si passò al cosiddetto “prêt-à-porter.” Ancora una volta, molte aziende produttrici si trovavano in Lombardia, l’area più industrializzata d’Italia.
Nel 1975, lo stilista Walter Albini, uno dei primi ad adottare questo nuovo concetto di moda, spostò la sua sfilata da Firenze a Milano, dando vita alla settimana della moda e proponendo una collezione completa, che integrava anche scarpe, accessori e borse disegnati da lui. Quattro delle cinque aziende che avevano lavorato alla produzione di questa linea si trovavano in Lombardia, e la sfilata era stata quindi trasferita per comodità. L’anno successivo, tutti i principali stilisti italiani imitarono Albini e molti di essi, come Giorgio Armani, Krizia, Gianni Versace e Franco Moschino, spostarono a Milano anche la sede della propria azienda.
Oggi, circa quaranta città in tutto il mondo organizzano una settimana della moda, ma quelle più seguite, in cui sfilano i nomi più prestigiosi a livello internazionale, rimangono a Milano, Parigi, Londra e New York.
Candiani e Milano, un legame indissolubile e un’evoluzione parallela
Candiani, fondata nel 1938 a Robecchetto con Induno, nei pressi di Milano, ha seguito da vicino tutta questa trasformazione della moda italiana, evolvendosi parallelamente a essa. Da produttori di tessuti da lavoro siamo passati al denim e lo abbiamo fatto diventare premium, arrivando a lavorare con nomi come Armani, Prada, Etro, Dolce e Gabbana, Trussardi, Loro Piana, Zegna, Valentino, Gucci, Versace, Off-White, Heron Preston e Palm Angels. Per collaborare con i brand più pregiosi, è necessario essere sempre un passo avanti nella proposta stilistica, mantenere costantemente una qualità elevata e innovare i propri tessuti non solo soddisfando, ma anche prevedendo le richieste dei designer.

Milano Fashion Week P/E 2026: i tanti debutti per il fattore novità
Intanto, la Milano Fashion Week primavera-estate 2026, la prima senza Giorgio Armani, sta giungendo al termine. E se ad attrarre l’attenzione degli addetti del settore e non sono ormai quasi più gli invitati e i loro look che le passerelle – chi non si è accorto della presenza di Meryl Streep in versione Miranda Presley e Stanley Tucci alla sfilata di Dolce & Gabbana? – l’ultima settimana della moda di Milano si è sicuramente distinta per il gran numero di debutti.
Nelle stagioni più recenti si è infatti diffusa l’idea di come sia la novità ad aumentare l’interesse del pubblico: che si tratti della prima volta in passerella di un brand o di un cambio di direzione creativa, la spettacolarizzazione della moda richiede che ci sia sempre qualcosa di nuovo per generare curiosità.
Negli ultimi anni, sono stati soprattutto i direttori creativi a essere sotto i riflettori, mentre le grandi case di moda, al contrario di quanto succedeva in passato, giocano sempre di più a una sorta di calciomercato per uno scambio continuo di designer: Pierpaolo Piccioli ha di recente lasciato Valentino per approdare poi a Balenciaga, Alessandro Michele è arrivato invece proprio da Valentino dopo una lunga esperienza in Gucci.
Tra i debutti più attesi a settembre 2025 sulle passerelle e negli eventi privati milanesi, abbiamo quindi assistito a quello di Demna per Gucci, Louise Trotter per Bottega Veneta, Simone Bellotti per Jil Sander, Dario Vitale per Versace – che ha salutato la direzione creativa di Donatella dopo 28 anni. Tra i nuovi brand, invece, hanno attratto grande interesse Knwls, Dhruv Kapoor, Pierre-Louis Mascia e Victor Hart. Cosa possiamo aspettarci da Parigi la prossima settimana? Non vediamo l’ora di scoprirlo!
