Storia

Denim e abbigliamento da lavoro: da uniforme a simbolo globale

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Indossato da minatori, marinai, soldati e ferrovieri, il denim è nato come tessuto da lavoro, pensato per la resistenza, non per lo stile. Il suo viaggio dai moli di Genova ai giacimenti d’oro della California racconta una storia di resistenza, ingegno ed evoluzione industriale. Molto prima di calcare le passerelle o affollare le strade delle città, il denim era cucito sulle vite di coloro che facevano progredire il mondo, un rivetto, un filo, un turno alla volta.


Le origini nel mondo del lavoro


Il denim nacque da un’esigenza pratica. Inizialmente creato come tessuto resistente, divenne popolare nel XIX secolo negli Stati Uniti come materiale prediletto per l’abbigliamento da lavoro. Tuttavia, le sue radici sono molto più antiche e affondano in Europa, come suggerisce il nome stesso.


Il termine “denim” deriva da un tipo di fustagno noto come Serge de Nîmes, un twill robusto prodotto nella città francese di Nîmes. Il fustagno era di uso comune nell’Europa medievale grazie al suo prezzo economico e alla sua durabilità. In origine, Serge de Nîmes era realizzato in lana, ma in seguito furono introdotte miscele di cotone e canapa, con trama tinta guado, una pianta locale usata per tingere di blu prima che l’indaco diventasse popolare in seguito alla scoperta da parte di Vasco da Gama di una nuova rotta marittima per l’India nel 1498.


Tuttavia, in termini di caratteristiche, il vero predecessore del denim moderno è il fustagno genovese. Questo tessuto, prodotto sin dal XVI secolo, era caratterizzato da un ordito tinto indaco e fatto con cotone. All’epoca, Genova era uno dei porti più trafficati al mondo, il che favoriva l’esportazione dei suoi prodotti in tutta Europa e l’approvvigionamento del colorante indaco. Quest’ultimo funzionava meglio su fibre come il cotone e il lino rispetto al guado, e il suo colore scuro nascondeva efficacemente le macchie. Molti marinai e lavoratori portuali genovesi iniziarono a utilizzare questo fustagno per realizzare indumenti da lavoro quasi indistruttibili.




Dall’Inghilterra agli Stati Uniti


Tra il XVI e il XVII secolo, in Inghilterra crebbe la domanda di tessuti belli ma convenienti. Il fustagno genovese si distinse quindi per qualità e prezzo competitivo tra le diverse varianti europee. In Inghilterra, divenne comune denominare i tessuti con versioni distorte del nome della città d’origine. I termini “jean” o “jeans,” a volte scritti “jeanes,” “geanes” o “jeane,” apparvero per la prima volta negli inventari inglesi per descrivere il fustagno importato da Genova, e col tempo cominciarono a riferirsi anche a tessuti simili.


Dall’Inghilterra, i tessuti jeans arrivarono negli Stati Uniti. A metà Ottocento, durante la corsa all’oro in California, minatori e lavoratori cercavano abiti in grado di resistere a condizioni estreme. Questa domanda portò all’incontro tra Levi Strauss e Jacob Davis. Davis era un sarto lettone che viveva in Nevada quando ricevette una richiesta dalla moglie di un taglialegna: voleva pantaloni resistenti e comodi per il lavoro. Davis rispose rinforzando i pantaloni in denim con rivetti in rame nei punti di maggiore tensione. Strauss, imprenditore tedesco trasferitosi in California, vendeva tessuti per abiti da lavoro destinati ai minatori ed era il fornitore di Davis.


L’innovazione di Davis ebbe così tanto successo da richiedere una collaborazione con Strauss per soddisfare le crescenti richieste. Strauss finanziò la creazione di una filiera produttiva a San Francisco. Il 20 maggio 1873, i due brevettarono i nuovi pantaloni da lavoro rinforzati, inizialmente chiamati “overalls” (“tute da lavoro”) e poi noti come “blue jeans.” Questi pantaloni divennero rapidamente un capo essenziale per minatori, ferrovieri, cowboy e operai. Oggi, il termine “jeans” si riferisce esclusivamente al capo finito, mentre il denim è il tessuto.




Uso militare e ferroviario


Il successo dei jeans tra i lavoratori manuali si deve a vari fattori:


Per questo motivo, il denim passò da essere un semplice tessuto a simbolo del lavoratore statunitense. Col tempo, iniziò a essere associato non solo al lavoro fisico, ma anche a dignità, resistenza e un senso di identità. Dopo essersi affermato nel settore minerario e nei lavori manuali, il denim fu adottato da due istituzioni fondamentali per il progresso e la disciplina negli Stati Uniti: le ferrovie e l’esercito.


A cavallo tra il XIX e il XX secolo, il denim divenne la divisa standard del personale delle ferrovie—ingegneri, frenatori e capotreni. La sua robustezza era ideale per le lunghe giornate tra polvere di carbone, grasso e ambienti meccanici. Salopette, giacche e cappellini in denim divennero simboli iconici della forza lavoro ferroviaria. Inoltre, la tinta indaco era pratica: aiutava a mascherare sporco e macchie e mantenere un aspetto ordinato e professionale.


Durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, l’esercito statunitense fornì indumenti da lavoro in denim ai soldati, in particolare meccanici, ingegneri e marinai. Giacche da lavoro, pantaloni e tute in denim erano apprezzati per la loro resistenza e facilità di produzione. Negli anni ‘40, le divise in denim diventarono una dotazione standard per i ruoli non combattenti, ideate per sopportare compiti pesanti, ma offrire il giusto comfort.


L’adozione del denim in ambito militare segnò un cambiamento rilevante: da abbigliamento da lavoro civile a uniforme istituzionalizzata, consolidandone il ruolo nell’identità nazionale. Dopo le guerre, il surplus di denim fu venduto o riutilizzato, contribuendo alla sua diffusione nella moda civile e nella cultura giovanile del dopoguerra.




La transizione verso il mainstream


L’evoluzione culturale del denim negli Stati Uniti iniziò lentamente negli anni ’30, quando attori e attrici come John Wayne, Gary Cooper, Ginger Rogers e Carole Lombard cominciarono a indossarlo, incoraggiando anche le donne a usarlo nel tempo libero. In quegli anni, molte persone villeggiavano nei ranch degli stati occidentali per vivere un’esperienza da cowboy. In quelle occasioni, le donne spesso indossavano abiti maschili, tra cui camicie robuste e jeans: per molte fu la prima volta in pantaloni. Nel 1934, furono lanciati i primi jeans pensati specificamente per le donne, e due anni dopo Vogue pubblicò per la prima volta un servizio con jeans femminili.


La percezione del denim cambiò però radicalmente durante la Seconda guerra mondiale, quando i soldati statunitensi di stanza in Europa e nel Pacifico contribuirono alla diffusione globale del tessuto. Il loro abbigliamento, le loro azioni e il loro stile di vita erano associati a libertà e progresso. Anche le donne che presero il posto degli uomini nelle fabbriche e nei lavori manuali negli Stati Uniti indossavano abiti da lavoro maschili, incluso il denim. Questo lo trasformò in simbolo di emancipazione, incarnato dall’iconica immagine di Rosie the Riveter, simbolo di un nuovo femminismo e della significativa crescita del potere economico femminile.


Negli anni ‘50 e ‘60, star del cinema e della musica come Marlon Brando, James Dean, Marilyn Monroe, Elvis Presley, Jimi Hendrix, Janis Joplin e i Rolling Stones elevarono ulteriormente il denim a capo da tempo libero e simbolo di ribellione giovanile. I jeans conquistarono i giovani desiderosi di prendere le distanze dai valori della generazione precedente e dalla formalità dell’establishment. Questo fu particolarmente evidente in eventi come il Festival di Woodstock del 1969, nelle proteste contro la guerra in Vietnam e nelle manifestazioni per i diritti civili.




Reinterpretazioni contemporanee


Negli anni ‘70, il mondo del denim cambiò ancora con l’introduzione del denim elasticizzato, che permise la creazione di jeans più attillati e femminili, subito desiderati dalle donne di tutto il mondo. Iniziò così l’era del denim premium, durante la quale i jeans divennero veri e propri articoli di lusso, come sottolineato da Adriano Goldschmied, spesso definito il padre del denim premium. Nel 1976, Calvin Klein fece la storia portando per la prima volta il denim in passerella.


Durante quel periodo, era importante che gli abiti fossero immediatamente riconoscibili, poiché rappresentavano una potente dichiarazione di stile. I jeans iniziarono a essere proposti in vari tagli e forme, ciascuna legato a uno status o una sottocultura. Gli esponenti del punk, grunge e rock preferivano i modelli aderenti, mentre gli stili più larghi erano adottati dagli artisti pop e hip hop negli anni ‘90 e dalla comunità skater.


Oggi, il denim è ancora un elemento centrale nelle collezioni dei più prestigiosi brand e stilisti al mondo. Non esistono regole fisse: design tradizionali e innovativi convivono grazie alla versatilità e al fascino democratico del denim. Eppure, l’accostamento tra denim e abbigliamento da lavoro continua a ispirare sia la funzionalità sia l’estetica della moda. I brand heritage celebrano la storia del denim, mentre gli stilisti contemporanei prendono ispirazione dalle origini dei jeans dei lavoratori, reinterpretandole per dare nuova vita a un tessuto senza tempo.



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