La tintura del denim è un processo complesso che ha radici antiche. Combina perfettamente la tradizione della tintura con l’indaco con tecnologie e materiali innovativi, rendendola uno dei passaggi produttivi che definiscono l’identità del denim. Dalla storia dell’indaco ai metodi di produzione e ai pigmenti diversi e anche al futuro della tintoria, vediamo il processo di tintura con l’indaco nel denim.
Storia della tintura indaco
“Indaco” deriva dal termine latino “indicum”, che significa “dall’India”. Il tessuto tinto con l’indaco più antico, rinvenuto a Huaca Prieta in Perù, ha più di seimila anni. È però probabile che le prime piante di Indigofera, la fonte del pigmento indaco, siano state coltivate nella valle dell’Indo, che oggi fa parte del Pakistan e del nord-est dell’India. I reperti archeologici indicano che l’indaco veniva ampiamente impiegato in Asia e in Sud America. Inoltre, era conosciuto nel bacino del Mediterraneo dagli antichi egizi, greci e romani, ma rimaneva raro a causa dell’elevato costo di importazione.
In Europa, la tintura blu veniva principalmente estratta da una pianta locale, il guado, prima che Vasco da Gama aprisse una nuova rotta marittima verso l’India nel 1498, facilitando l’importazione dei prodotti dell’area. Di conseguenza, l’indaco iniziò a sostituire il guado, poiché si rivelò più adatto a tingere fibre come il cotone e il lino. I poteri coloniali europei capirono in breve tempo il potenziale dell’indaco, avviando la sua produzione su larga scala nei loro territori d’oltremare, affidandosi spesso alle conoscenze ancestrali delle popolazioni indigene e africane ridotte in schiavitù. Di conseguenza, l’indaco divenne uno dei prodotti più redditizi per i due principali imperi commerciali dell’epoca, la Compagnia britannica delle Indie Orientali e la Compagnia olandese delle Indie Orientali. I suoi profitti superarono addirittura quelli del cotone e dello zucchero nella Carolina del Sud.
L’indaco è tradizionalmente il colore dei jeans dal XVI secolo, poiché veniva utilizzato per tingere il fustagno genovese, l’antenato del denim moderno. L’Italia si affermò infatti come centro nevralgico delle importazioni dall’Oriente grazie agli avanguardistici porti di Genova e di Venezia. Il fustagno blu veniva impiegato dai marinai e dai camalli per le vele e le coperture delle merci; infine, lo usarono anche per il loro abbigliamento da lavoro resistente. Il colore indaco era inoltre abbastanza scuro da coprire le inevitabili macchie e la sporcizia del lavoro manuale. La convenienza e la qualità media del fustagno genovese rispetto ad altri tessuti simili lo resero popolare in Europa, e in seguito anche negli Stati Uniti.

Il processo di tintura a corda
La tintura a corda venne introdotta nel 1915 e prevede che i filati siano intrecciati in corde prima di essere tinti. Questo metodo presenta diversi vantaggi, tra cui la possibilità di tingere grandi volumi in modo continuo, generando pochi o zero scarti durante i cambi di lotto. Inoltre, le corde vengono tinte con tensione e angolo identici, riducendo il rischio di variazioni da un’estremità all’altra.
La tintura a corda è particolarmente comune nel settore del denim perché il breve tempo di immersione impedisce che l’indaco penetri completamente nelle fibre, creando filati che scoloriscono più velocemente ed efficacemente rispetto a quelli totalmente tinti. La tintura a corda richiede però più passaggi produttivi, poiché i fili devono essere riarrotolati. Questo comporta costi più elevati e tempi di produzione più lunghi. Inoltre, la tintura a corda è meno adatta ai filati fini e delicati e a cambi di colore frequenti.
L’altro metodo principale impiegato nel settore del denim è la tintura a nastro, introdotta nel 1970. In questo processo, i filati vengono stesi come se formassero un foglio. La tintura a nastro è più efficiente, più veloce e meno costosa di quella a corda perché integra tintura e bozzima, facendo risparmiare tempo, lavoro ed energia.

Indaco naturale vs sintetico
Tradizionalmente, le foglie di Indigofera vengono fermentate per ottenere la tintura indaco. Questo processo è complesso e laborioso e dà come risultato un liquido giallognolo che diventa di un intenso viola-blu quando esposto all’ossigeno in vasche aperte. Dopo l’ossidazione, l’acqua evapora e il sedimento depositato sul fondo viene raccolto e venduto come indaco in polvere. La scoperta delle tinture sintetiche nel XIX secolo, però, portò a un declino dell’uso dell’indaco naturale. Adolf von Baeyer sintetizzò l’indaco alla fine del secolo, rendendo il colorante più accessibile e contribuendo a una significativa riduzione delle piantagioni di Indigofera in tutto il mondo.
Nonostante le differenze nella loro origine e nei metodi di produzione, la struttura molecolare dell’indaco naturale e di quello sintetico è la stessa, così come il processo di tintura. Tutte le forme di indaco sono insolubili in acqua, il che significa che richiedono le stesse sostanze chimiche per aumentare la loro affinità per le fibre e legarsi ai tessuti. Mentre il processo di tintura con l’indaco non varia, il numero di vasche di tintura dipende dall’intensità del blu desiderata. I filati vengono immersi nella vasca con l’indaco giallo e poi esposti all’aria per cambiare colore verso il blu. Il denim indaco scuro è però tipicamente tinto con l’indaco sintetico o con una miscela di indaco sintetico e naturale, poiché l’indaco naturale tende a essere più brillante.
L’indaco naturale offre benefici per l’ambiente, poiché è biodegradabile, di origine vegetale e proviene da una fonte rinnovabile. Le coltivazioni di Indigofera possono però richiedere grandi quantità di terreno e acqua, rendendo l’indaco naturale inadatto alla produzione tessile su larga scala. Inoltre, l’indaco naturale non garantisce la stabilità necessaria per una produzione su larga scala e uniforme. Di conseguenza, le tonalità dell’indaco naturale sono vibranti, uniche e meno prevedibili, il che lo rende perfetto per il denim artigianale e in edizione limitata. La produzione di indaco sintetico richiede invece molte sostanze chimiche e un’attenta gestione per mitigare i rischi ambientali. L’indaco sintetico è disponibile sia in polvere sia in forma preridotta. Nonostante il secondo tipo sia tipicamente più costoso, richiede meno sostanze chimiche (convenzionalmente, idrossido e idrosolfito di sodio) per legare la tintura ai filati, rappresentando un’opzione più attenta all’ambiente.

Le future tecnologie tintorie
Il processo di tintura è tra le fasi più inquinanti della produzione tessile. Consuma molta acqua e sostanze chimiche, generando grandi volumi di acque reflue che, se non smaltite correttamente, possono rilasciare sostanze nocive nell’ambiente.
Per questo motivo, gli ultimi sviluppi in questo campo si concentrano sulla riduzione dell’impatto ambientale attraverso due approcci principali: l’adozione di tecniche a minore consumo d’acqua e la sostituzione di sostanze chimiche dannose con alternative bio. Inoltre, una gestione efficace delle acque di scarico è cruciale per impedire che gli inquinanti si diffondano nell’ambiente e, di conseguenza, entrino nella catena alimentare.
Un esempio importante di innovazione è la nostra tecnologia brevettata Kitotex®, che elimina l’alcol polivinilico (PVA) dalla bozzima. Questo passaggio aiuta a fissare l’indaco sul denim e a migliorare la resistenza dei filati a telaio. Il PVA può biodegradarsi, ma solo in condizioni molto specifiche che molti impianti di trattamento delle acque reflue al momento non soddisfano. Kitotex® utilizza invece il chitosano, un materiale non tossico e biodegradabile derivato dalla chitina, il secondo polimero naturale più diffuso al mondo, presente in diverse fonti rinnovabili. Noi usiamo solo il chitosano estratto dal fungo Aspergillus niger.
Inoltre, i metodi di tintura impiegati influenzano significativamente i successivi processi di lavaggio e di trattamento in capo, anch’essi ad alto impatto ambientale. Abbinare la tecnica di tintura più adatta ai trattamenti necessari per ottenere un’estetica o una mano specifica è essenziale per ridurre il consumo di acqua e di sostanze chimiche nei lavaggi industriali e per minimizzare le emissioni di CO2.

